Vela. Il racconto. “La mia traversata dell’Atlantico in soli 11 giorni alla RORC” VIDEO

RIMINI. Fare la traversata dell’oceano Atlantico in barca non è cosa da tutti i giorni. Coprire la distanza di circa 3mila miglia da Lanzarote (Canarie) a Grenada (l’isola posta a nord del Venezuela) in soli undici giorni e 4 ore è una cosa ancor più rara. Se poi lo fai a 55 anni di età ed è la prima volta della tua vita che fai una traversata oceanica, beh allora i motivi di soddisfazione sono tantissimi. Il riminese Pietro Parmeggiani, 55 anni, manager nel settore dei polimeri e imprenditore nel settore dei nastri adesivi applicata alla vela da competizione (il marchio è PROtect Tapes) è tornato dall’America dove ha preso parte alla RORC Transatlantic (quarto posto assoluto), la regata partita l’8 gennaio che quest’anno è stata vinta dal trimarano Maserati di Giovanni Soldini.
Pietro, un’esperienza cui tenevi così tanto che per noi rischiare ti sei messo in auto quarantena già un mese prima della partenza.
«Sì. Io mi divido fra la mia casa di Varese, dove di solito lavoro durante la settimana, e quella di Rimini dove vivo con la mia famiglia. Nell’ultimo mese, Natale e Capodanno compreso, sono stato in albergo. Prima al Grand Hotel e poi al Design Lab».
Non hai un po’ esagerato?
«Direi di no visto che due dei velisti del nostro equipaggio sono stati trovati positivi nel tampone fatto prima della partenza e li abbiamo dovuti sostituire».
Con chi eri in barca?
«Ero su Sisi, un Volvo 65 del team austriaco The Austrian Ocean Race Project, un progetto messo in piedi da due fratelli di Vienna di 21 e 24 anni, Oliver e Konstantin Kobale, che hanno nei programmi la partecipazione a The Ocean Race (l’ex Volvo Ocean Race), il giro del mondo a tappe e in equipaggio che partirà da Alicante il 14 gennaio 2023».


Prima volta sulla barca?
«No. Abbiamo fatto insieme anche il Fastnet nell’agosto scorso e ci siamo trovati bene».
Quanta gente a bordo e di che nazionalità?
«Dodici persone (tra cui anche una donna) più il navigatore olandese con sei diverse nazionalità a bordo: Austria, Brasile, Paesi Bassi, Usa, Canada e Italia. Lo skipper l’olandese Gerwin Jansen. Tra questi anche un medico che fortunatamente si è dovuto occupare solo di navigazione».
Età media dell’equipaggio?
«Giovane. Molto giovane… Io oltre a essere l’unico italiano ero anche il più anziano a bordo con i miei 55 anni. Alcuni di loro per l’età che hanno potrebbero essere i miei figli. Con loro un rapporto bello ma siamo di epoche diverse e a volte ti senti un po’ datato… Parlavo dei Genesis ma loro neanche sapevano chi fossero»…


Di cosa ti sei occupato a bordo?
«Il lavoro è stato organizzato con turni di quattro persone ogni tre ore, con sei ora di pausa. Ma la pausa è relativa perché ogni strambata o cambio di vele richiedeva la presenza di tutti. Io ero addetto alla regolazione delle vele di prua ma stavo anche al timone perché ogni 45 minuti ci si alternava e mediamente stavo un paio di ore a turno alla ruota. Esentati dai turni lo skipper e il navigatore perché a loro tocca il compito di studiare di continuo le scelte da fare e il quadro può cambiare di continuo».
Vele di prua? Quante?
«Abbiamo navigato sempre con andature portanti, per cui oltre alla randa e al genoa in testa d’albero o due tipologie di gennaker utilizzavano anche due fiocchi».
Il tempo è stato buono?
«I primi giorni abbiamo scelto una rotta settentrionale. Tanto vento ma anche tanto freddo. Una notte, proprio mentre ero di turno, il vento ha soffiato fino a 55 nodi e siamo stati costretti a togliere la randa e il genoa e nonostante questo si correva a 19 nodi!».


Momenti difficili?

«All’inizio tutto ti può sembrare strano. Stare al timone e guardare gli strumenti che dicono che viaggi a 20 nodi di velocità può fare un po’ di paura ma ti abitui presto e diventa normale. Comunque il vento non è mancato. La nostra velocità non è mai scesa sotto i 10 nodi e la media è stata di 13,5. In alcune occasioni abbiamo anche straorzato ma la barca è molto stabile».
Difficile il lavoro a bordo?
«Beh, basta dire che per strambare ogni volta erano necessari una ventina di minuti, anche perché oltre alle volanti e al lavoro sulle vele, devi anche spostare i pesi che sono di sotto: attrezzi, sacche delle vele…».
Quante vele avevate in tutto?
«Otto».


Per mangiare?
«Cibo liofilizzato. Anche perché a bordo c’è solo un fornello. Ma non lo patisci perché entri nel ritmo della regata. Ti alzi. Ti vesti. Vai in bagno, per modo di dire. Ti lavi i denti e vai in coperta. Di sotto sei all’asciutto ma non è che dormi benissimo: senti scorrere veloce l’acqua sulle fiancate, senti le botte del carbonio sulle onde, senti il rumore dei winch che di sopra lavorano… Comunque, quando siamo arrivati a Grenada ci siamo fatti un hamburger e una birra».
E per lavarvi?
«L’acqua la prendevamo dal mare: tutta desalinizzata. Per avere meno peso a bordo. La nostra borsa per esempio non doveva pesare più di sei chili. Comunque sono anche riuscito a fare tre docce!».
E adesso, andrai a fare anche The Ocean Race?
«No. Tutta no. Magari mi piacerebbe prendere parte a una delle tappe, ma non la più lunga… E poi nel cassetto ho anche altri sogni: la Sydney-Hobart o la Cape Town-Rio, per esempio».

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