“La mappa del cuore” di Lea Melandri a Piangipane

Hanno quasi quarant’anni e almeno tre vite: sono le lettere al centro della rappresentazione La mappa del cuore di Lea Melandri, in scena questa sera alle 21 al teatro Socjale di Piangipane. La produzione è di Ateliersi e lo spettacolo di e con Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi e con Francesca Pizzo.
L’occasione è propizia per parlare con Lea Melandri, nata a Fusignano, giornalista, attivista e tra le figure più rappresentative del femminismo italiano.
Le lettere messe in scena nello spettacolo di questa sera sono state scritte nei primi anni Ottanta. Poi sono diventate un libro (pubblicato nel 1992 da Rubettino e ora ristampato dall’Enciclopedia delle Donne).
Lungo il percorso hanno perso o guadagnato qualcosa?
«Si sono arricchite grazie all’esperienza del femminismo. Quando ho cominciato a curare la rubrica “Inquietudini”, per il settimanale RagazzaIn, venivo da dieci anni di femminismo e l’acquisizione rivoluzionaria era riconoscere che nel privato erano state confinate le esperienze universali, comuni agli essere umani. Queste esperienze per millenni erano rimaste fuori dalla cosa pubblica, la vita intima era rimasta fuori dalla politica, e grazie al femminismo ho potuto dare voce a qualcosa che era rimasto confinato nell’indicibilità. Ero nella condizione di poter ascoltare questi adolescenti che non avevano risposte dalla famiglie, dalla scuola, dal tessuto sociale. Quelle lettere mettono al centro un delicato passaggio della vita, dall’infanzia all’età adulta».
E come rispondeva a quelle lettere?
«Inizialmente ero perplessa: non volevo dare consigli materni, non ero una psicologa. Allora ho ripensato alla mia esperienza, alla mia vita di figlia femmina nata in una famiglia di contadini – i miei genitori mi hanno fatto il dono dello studio e della scuola –, a tutto quello che da adolescente avevo scritto bene ma che era considerato “fuori tema” : sono partita da me ascoltando loro. Non potevo dare risposte banali e così ho fatto da cassa di risonanza alle stesse parole di chi mi scriveva, i titoli della rubrica li coglievo dalle firme o da alcune frasi. È venuto fuori un linguaggio poetico, enigmatico, che però, anche se non ha dato risposte precise, ha manifestato ascolto, attenzione, disponibilità».
Oggi ci sono argomenti che continuano a essere un tabù, in famiglia come a scuola?
«Le costruzioni di genere, i modelli di femminilità e di mascolinità non sono stati indagati, analizzati per quello che attiene alla cultura. Ricordiamoci che sono stati gli uomini ad avere il predominio culturale per millenni. Alcuni temi che ritornano immutati e che sono rimasti nell’ombra sono l’amore, la violenza sulle donne: confinati per millenni alla sfera privata. Solo da poco abbiamo cominciato a metterli in evidenza, dal Sessantotto in poi è stata scoperta la politicità della vita personale».
L’impegno femminista oggi come è cambiato rispetto al passato?
«Oggi le ragazze hanno il mondo addosso, vedono tutti i legami tra sessismo, razzismo, omofobia, sfruttamento, oppressione e lo stanno precisando. Tutto questo è al centro della vita pubblica. Il femminismo ha un andamento carsico, in tanti anni ho visto comparire almeno quattro ondate e mi sono appassionata a capire cosa cambiava, e ogni volta ho visto delle tracce del passato. Oggi le giovani sanno poco della storia che hanno alle spalle, ma hanno acquisto delle libertà che noi non avevamo. Certamente viviamo in una società che mantiene dei pregiudizi, oggi è proprio la libertà delle donne che rimette in moto la violenza e questo non genera abbastanza interrogativi. Un femminicidio ogni due o tre giorni cade in sordità: gli uomini dovrebbero dire “questa violenza ci riguarda”».
Cosa vorrebbe dire a una giovane femminista?
«In realtà lo faccio quotidianamente: attraverso la mia pagina Facebook, con la mia partecipazione a “Non una di meno”. Non ho suggerimenti, attitudini da madre o maestra, però porto la mia passione. A loro potrei dire di guardare alle vite di donne che hanno storia di femminismo alle spalle, di vedere se trovano qualcosa e di seguire quel qualcosa».
In questi giorni a Ravenna, alla Casa delle Donne, terrà anche un laboratorio di “scrittura di esperienza”.
«Sì, questo tipo di scrittura è un esercizio del pensiero. È un narrarsi a partire da un frammento dentro di noi. È una pratica dell’inconscio di fare emergere qualcosa che ancora non siamo riusciti a dire a noi stesse, trovando una lingua diversa rispetto a quella che ci hanno imposto».

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