La classe di Knopfler strega Cattolica – LE FOTO E IL RACCONTO

La classe di Knopfler strega Cattolica - LE FOTO E IL RACCONTO
FOTO DIEGO GASPERONI


CATTOLICA 18 LUGLIO 2019
Il sole è ormai calato. Quando sull’Arena della Regina le luci si abbassano, il rumore dei 6mila diventa un brusìo di sottofondo. C’è attesa. Poi, poco dopo le 21, mentre ancora molti spettatori si stanno sedendo, un uomo vestito con la Union Jack sale sul palco e annuncia: «Ladies and gentlemen, please welcome Mark Knopfler».

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E Mark Knopfler esce; la tensione si scioglie, d’ora in poi ci sarà spazio solo per le sue chitarre magiche, quei giocattolini con cui ancora si diverte, gira il mondo e riempie le piazze con classe superlativa (la prima la ebbe in dono a 14 anni, e ne sono passati 56 da allora).
Le prime note sono per il country blues working class di “Why aye man”, ispirato al poeta premio Nobel Seamus Heaney. Poi, supportato da una eccellente band di polistrumentisti, è la volta di “Corn beef city” e “Sailing to Philadelphia”, prima di toccare il cuore del pubblico imbracciando la sua Gibson Les Paul giallo oro e ritornando ai Dire Straits di “Once upon a time in the West”, primo brano del secondo album “Communiqué”. Ed è solo l’inizio.
È un concerto estivo, rilassato, quello che gli 11 sul palco propongono con grande affiatamento: oltre a Knopfler, ci sono il braccio destro Guy Fletcher alle tastiere, Richard Bennett alla chitarra, Jim Cox al piano, Mike McGoldrick al flauto, John McCusker a violino e cittern, Glenn Worf al basso Fender, Danny Cummings alle percussioni, Ian Thomas alla batteria, Tom Walsh alla tromba e Graeme Blebins al sax (si farà sentire, eccome, nel classico dei Dire Straits “Your latest trick”, 1985). Più che una rock band, un campionario di musicisti eclettici capaci di supportare, sostenere e affiancarsi con eleganza alla spontanea grazia di un fuoriclasse, il cui suono emerge nitido dalle corde pur in mezzo alla ricchissima orchestrazione.
Con un inglese comprensibilissimo, Knopfler chiacchiera con il pubblico, elogia l’Italia, ricorda i trascorsi giovanili in autostop nell’introdurre l’autobiografica e natalizia “Matchstick man”, dice che, pure dopo tanti anni, non gli è passata la voglia di salire sul palco e suonare in compagnia. E si sente.
Ma non è certo un amarcord quello a cui si assiste, anzi. L’atmosfera che emana dal grande palco illuminato dalla luna è lieve e calorosa come non ci si aspetterebbe: a volte pare di stare seduti in un pub di Temple Bar a Dublino (“Done with Bonaparte”, dal suo primo album solista, 1996), altre ci si lascia trasportare dal ritmo latino (“Postcards from Paraguay”). Mentre l’amatissima “Romeo and Juliet” si colora di una dolcezza inattesa. Ma che sia venato di rock, di pop o di folk, lo stile unico di Mark Knopfler non cede di un millimetro, il suo fingerpicking è naturale, la chitarra un prolungamento di quelle incredibili dita senza plettro che tanto devono a Chet Atkins.
Dopo un’ora e 40 minuti la band esce, pronta a ritornare per due bis: “Money for nothing” fa alzare tutto il pubblico e sul finale cita pure i Police di “Don’t stand so close to me”; poi c’è tempo ancora per la strumentale “Going home”. Qualcuno prova a richiamarlo in scena, magari per proporre “Sultans of swing”, ma niente da fare, non sono ancora le 23 quando le luci si accendono. La musica è finita, anzi no, la musica vive.

(fotoservizio di Diego Gasperoni)

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