La magia dell’autunno in mezzo ai colori delle foreste casentinesi

Un raid per assaporare la magia dell’autunno nel Casentino, approfittando del clima ancora mite e delle ultime giornate relativamente lunghe. Quello conosciuto, fra i ciclisti, come de Londa, è un super giro, che da Forlì porta in terra Toscana e circumnaviga il monte Falterona, attraverso tre lunghe ma appaganti salite: passo della Calla, valico Croce ai Mori e passo del Muraglione. La distanza, pari a 202 km, e il dislivello, oltre i 3.000 m, sono quasi da randonnée, ma la fatica è ampiamente ripagata da panorami e paesaggi, resi ancor più spettacolari dal caleidoscopio dei colori autunnali.

Itinerario

Forlì – Santa Sofia – passo della Calla – Stia – valico ai Croce Mori – Londa – Sandetole – Dicomano – passo del Muraglione – San Benedetto in Alpe – Forlì. Distanza: 202 km.

Salite

  • passo della Calla (1296 m): lunghezza 13 Km; pendenza media 5,6%, massima 9%; dislivello 745 m
  • valico Croce ai Mori (955 m):lunghezza 11,7 km; pendenza media 4,5%, massima 10%; dislivello 512 m
  • passo del Muraglione (907 M): lunghezza 18,6 km; pendenza media 4%, massima 10%; dislivello 746 m

Forllì, Meldola e il passo della Calla

Si parte, dunque, all’ombra di San Mercuriale dirigendosi verso la valle del Bidente: si percorre via Decio Raggi sino a Carpena, quindi, alla rotonda, si svolta a destra in viale Bidente (Strada provinciale 4). Gli 11 km iniziali sono completamente pianeggianti, e scorrono via veloci. Si giunge così a Meldola, prima località della vallata, situata lungo il corso del fiume Ronco, che scorre a ridosso del centro storico. Giunti alla rotatoria, si tiene la destra e si sale per un chilometro fino all’imponente Rocca, costruita dagli Arcivescovi di Ravenna prima dell’anno Mille e oggetto, nel corso dei secoli, di aspre contese, prima fra la Chiesa ravennate e il potere locale, quindi, fra Guelfi e Ghibellini, sino al 1283 quando fu l’ultimo rifugio in Romagna del conte Guido da Montefeltro. Degno di nota anche il teatro “Dragoni”, uno dei più belli della Romagna, realizzato oltre tre secoli fa e affacciato sulla centrale piazza Orsini. Costeggiata la Rocca, si scende e si prosegue di nuovo in pianura giungendo alla frazione di San Colombano; superata quest’ultima, la strada inizia leggermente a salire, anche se fino a Santa Sofia (km 38) abbondano i mangia e bevi. Superati Cusercoli, Civitella e Galeata, si arriva, dunque, al centro dell’alta valle del Bidente (257 m), dove si fa convenzionalmente partire la scalata al passo della Calla (1296 m). Originariamente, il crinale era valicato solo da mulattiere e dalle “vie dei legni”, utilizzate per trasportare il legname in Casentino e, di qui, verso Firenze. La principale partiva dalla Burraia e scendeva al Giogaretto ma ve ne erano anche altre, di una certa importanza, anche dalla Lama e dal Corniolo. L’attuale valico, invece, fu aperto negli anni ’30 del ‘900, in una depressione fra il monte Falterona (1654 m) e il Poggio Scali (1520 m), mettendo così in collegamento le province di Forlì-Cesena e Arezzo. Da Santa Sofia, la strada costeggia tortuosa il corso del Bidente, salendo lentamente verso il crinale. Pochi chilometri, e si incontra il centro di potabilizzazione di Capaccio, segnalato da una grande fontana zampillante, quindi si continua sempre il leggera salita, affrontando una serie di curve e controcurve. Dopo 12,5 km, lasciati alle spalle i piccoli centri di Cabelli e Berleta, ecco Corniolo (589 m), ultimo centro abitato della vallata.

Nove tornanti e poi la foresta

Breve discesa alla frazione di Lago (551 m) e, oltrepassato il ponte sul Bidente, la strada punta decisamente all’insù, zigzagando lungo le pendici della montagna, con la rada vegetazione di sottobosco che spunta dalla grigia roccia marnoso arenacea, modellata dagli agenti atmosferici. Alzando lo sguardo, si scorge, in lontananza, il crinale. Per raggiungerlo sono poco più di 13 i chilometri da percorrere, molto regolari, con pendenza vicina al 6% e qualche breve tratto più duro, comunque sotto il 10%. L’ascesa può dividersi in due tronconi, separati da un breve intermezzo pianeggiante. Il primo misura 8 km e si conclude in località Campigna (1072 m), nel cuore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi e Monte Falterona. In questo segmento, con pendenza intorno al 7% e punte del 9%, la scalata è scandita da 9 tornanti, ben distribuiti fra loro e che regalano vedute grandiose sulla sottostante valle del Bidente e sulle montagne che le fanno da corona: monte Falco (1657 m), monte Falterona (1654 m) e Monte Gabrendo (1540 m). Giunti a Campigna, centro più piccolo e alto della Valle del Bidente, si entra in un fitto bosco e la strada spiana completamente, regalando un intero chilometro in falsopiano.

Di qui in avanti, si pedala immersi in una delle foreste storiche più importanti a livello nazionale, con un habitat bionaturalistico particolare, popolato da numerose specie di animali e ricco di una flora rigogliosa e peculiare: dall’abetaia (detta Abetina di Campigna), creata artificialmente dall’uomo per ricavarne legname, alla foresta naturale composta di specie arboree eterogenee, che spaziano dal faggio all’abete bianco, dall’acero montano al tasso, particolarmente affascinanti proprio in autunno. Prendendo a sinistra e scendendo rispetto alla strada principale, si incontrano due alberghi-ristoranti: il Granduca, settecentesco palazzo granducale che fino al secolo scorso era residenza di caccia dei Lorena, e Lo Scoiattolo, conosciuto fin da inizio ‘900 come locanda in cui erano soliti far tappa boscaioli e forestali. Superata Campigna, la strada torna a salire e si affronta il secondo e ultimo troncone dell’ascesa, 3 chilometri con pendenza costante poco sopra il 7%, caratterizzati da 5 ravvicinati tornanti, avvolti dall’abetaia e dalla faggeta, così fitte che i raggi del sole faticano a penetrare. L’ultimo scoglio è un breve rettilineo al 7,3%, quindi, si giunge al valico, in corrispondenza del quale è posto il confine fra Emilia-Romagna e Toscana. Chi vuole, può effettuare una deviazione e girare a destra per affrontare i 4 km (pendenza media 5%, massima 7%) che salgano al passo dei Fangacci (1479 m) e, poco oltre, di Piancastelli (1485 m). Il giro, però, è lungo, ragion per cui conviene avviarsi in discesa verso Stia. I 15,6 km per raggiungere il fondovalle, quasi tutti immersi nella Foresta Casentinese, non presentano particolari difficoltà tecniche: la strada, con pendenza regolare intorno al 5%, non è mai ripida e i tornanti che s’incontrano sono tutti larghi e comodi.

Una visita a Stia, poi Vallucciole e Porciano

Giunti a Stia, il contachilometri segna già 80 km e per far ritorno al punto di partenza ne mancano ancora un centinaio (102 km). Il borgo toscano merita, comunque, una visita, in particolare piazza Tanucci, dove nel 1996 Leonardo Pieraccioni girò buona parte delle riprese del film “Il Ciclone”. Caratterizzata da una forma molto allungata e a salire, è cinta da edifici contigui tutti porticati, tipica dei luoghi di mercato. D’altra parte, Stia si sviluppò all’inizio dell’XI secolo proprio come “mercatale”, all’incrocio di quattro importanti strade provenienti da Arezzo, Firenze, Mugello e Romagna. Nel contesto architettonico della piazza, spicca la facciata barocca della Pieve di S. Maria Assunta, ricostruita nella seconda metà del XVIII. L’interno, invece, è in stile romanico e raccoglie pregevoli opere che spaziano dal XIII al XVIII secolo, fra cui alcune terrecotte dei Della Robbia. In cima alla piazza, si trova una monumentale fontana, opera del XIX secolo. Da vedere, sono anche il Museo dell’Arte della Lana, ricavato in una parte del famoso Lanificio, a lungo prima attività industriale del Casentino, e, al centro di uno splendido giardino, il Palagio Fiorentino, ricostruito in perfetto stile medievale nei primi anni del Novecento dall’avvocato Carlo Beni. Percorsa via Roma, si imbocca la Strada provinciale Stia-Londa e si comincia pian piano a salire verso il valico Croce ai Mori (955 m). Si tratta di una salita piuttosto lunga ma non eccessivamente impegnativa, come testimonia la modesta pendenza media (4,5%). Quest’ultima, tuttavia, non deve ingannare, perché risente dei primi 6,7 chilometri, fino a Vallucciole, in falsopiano o leggera salita. Gli ultimi 5, invece, sono tosti, con pendenza quasi sempre sopra il 7% e un lungo tratto in doppia cifra (km 8,7-10,7). Un paio di chilometri dopo Stia, si incontra la frazione di Porciano, sul cui colle i conti Guidi avevano fatto edificare uno dei loro primi castelli in quest’angolo di Toscana. Della costruzione, che nel XIV secolo ospitò Dante, esiliato da Firenze, rimane l’imponente torre, ancora dotata di merlatura guelfa, che con i suoi 35 metri e i suoi sei piani di altezza è la più grande del Casentino e domina il sottostante borgo. Poco oltre, ecco l’indicazione per il Santuario della Madonna delle Grazie, costruito per volere del pievano di Stia, il quale si adoperò, insieme al Conte di Porciano, affinché venisse costruita la chiesa sul posto in cui era avvenuta il 20 maggio 1428 l’apparizione della Madonna a Monna Giovanna, una semplice popolana del luogo. L’edificio, di architettura fiorentina, è dotato di un campanile a vela a tre luci e nella parte sinistra della facciata presenta un bel portico. Altri 3 chilometri e si arriva al Molin di Bucchio, caratteristico nucleo abitato sulle sponde dell’Arno, un tempo mulino e oggi base di partenza per escursioni verso Castel Castagnaio e il Falterona. Da qui, percorsi 5 chilometri, si incrocia la deviazione per il paese fantasma di Vallucciole, distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale dalla furia delle truppe nazifasciste. Il 13 aprile 1944, infatti, Vallucciole fu investito da una colonna di circa cento automezzi fra cannoni, autoblinde e carrarmati e da circa sei-settecento soldati delle SS che lo misero a ferro e fuoco, lasciando sul terreno 108 cadaveri e macerie fumanti. Proprio in corrispondenza del bivio per Vallucciole, oggi completamente abbandonato, inizia il tratto più duro della salita. La pendenza si fa decisa, attestandosi prima intorno al 7% e arrivando poi in doppia cifra. Intanto, la strada si avvita su se stessa, disegnando sul fianco della montagna un serpentone circondato da boschi secolari, con una serie di tornanti che regalano un eccezionale panorama sulle vette circostanti, in primis il monte Falterona, poco più in alto a destra. Da segnalare, il ponte su quello che sembra un semplice torrente di montagna: in realtà, si tratta del fiume Arno, nato pochi chilometri prima, proprio dal monte Falterona. Siamo alle battute finali della salita, e serve il massimo impegno, perché fra 9° e 11° km si viaggia costantemente intorno al 10%; solo nell’ultimo km la pendenza cala un po’, rimanendo, comunque, importante (8-9%). Una volta in vetta (955 m), volgendo lo sguardo alle spalle, la vista è magnifica e regala scorci dalla Consuma alla pianura sino alle terre a confine fra Casentino e Mugello.

Il Convento di Sandetole, poi una dura scalata

Dal valico, una lunga ma facile discesa (15 km) conduce a Sandetole e alla Valdisieve. Il primo centro che s’incontra è Rincine, con le sue antiche case coloniche in pietra e i resti della roccaforte dei Conti Guidi, sotto la cui giurisdizione ricadeva l’intera zona, almeno fino al XIV° secolo, quando iniziò una lunga contesa con Firenze, che nel 1440 riuscì a imporre definitivamente la propria autorità. All’epoca dei Guidi risale la pieve di Sant’Elena, costruzione romanica dedicata alla madre dell’Imperatore Costantino che secondo la tradizione si ritirò in penitenza in questi luoghi. Il piccolo centro è immerso nel verde dei boschi, caratterizzati a seconda della latitudine, da querce, castagni, faggi e latifoglie, che in questo periodo dell’anno si tingono di un’eccezionale varietà di colori, dal rosso all’oro. Successivamente si attraversa Londa, borgo posto sulle rive del torrente Ricine, che alimenta il vicino bacino artificiale. Questo territorio era popolato sin dal tempo degli Etruschi, la cui presenza è testimoniata dal ritrovamento di alcune abitazioni del sec. VI a.C. e soprattutto dalla cosiddetta Stele di Londa, oggi conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Proseguendo verso Sandetole, poco prima di imboccare la strada statale 67 (svolta a destra), si scorge, su una collina, un bellissimo edificio settecentesco. Si tratta del Convento francescano di Sandetole, conosciuto come Convento di Contea. Edificato su una precedente Pieve, anteriore all’anno 1000, presenta uno stile molto semplice, quasi rinascimentale, mentre l’interno è caratterizzato da un’unica navata a croce latina. Giunti, infine, sulla statale 67, si comincia a risalire la Valdisieve. In 3 km si arriva senza problemi a Dicomano, dove parte l’ascesa al passo del Muraglione, lunga quasi 19 km. In realtà, i primi 10, fino a San Godenzo, sono sostanzialmente in falsopiano, poi, la faccenda cambia: il percorso si fa nervoso, alternando curve e controcurve, e le pendenze diventano impegnative, attestandosi per 4 km fra il 7-8%. E’ uno dei tratti più duri dell’intera scalata, visto che, un km prima di Cavallino, l’inclinazione cala di nuovo, portandosi su un abbordabile 6%. Superato Cavallino, ecco l’ultimo segmento, 2 chilometri scanditi da una serie di tornanti con pendenza media del 7% e una punta dell’8%, mentre l’ultimo chilometro è in falsopiano e consente di guadagnare rapidamente il passo (907 m), segnalato dal caratteristico muro di pietre fatto costruire dall’ingegnere Alessandro Manetti – cui nel 1832 il Granduca Leopoldo II affidò il compito di realizzare una strada carrozzabile per collegare la capitale Firenze alla Romagna Toscana, fino a Terra del Sole – per offrire ai viandanti un riparo dal forte vento di crinale. Dal valico, che prende il nome proprio da tale opera, mancano ancora 58 km per chiudere l’anello: in 9 chilometri si cala a San Benedetto (discesa tecnica nella parte iniziale poi scorrevole e senza difficoltà), quindi, si percorre tutta la valle del Montone, attraverso Portico, Rocca San Casciano, Dovadola e Castrocaro, per fare, infine, ritorno a Forlì.

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