Esistono pochi simboli altrettanto forti ed efficaci come la libertà di stampa per definire gli elementi costitutivi di una democrazia moderna. E ogni volta che viene messa in pericolo, è un dovere civico difenderla, perché in questo modo difendiamo anche la nostra libertà. È quello che sta succedendo oggi. L’azione del Governo è un attacco senza precedenti che viene mascherato dietro a un progetto e di modernizzazione della comunicazione e un maggiore coinvolgimento dei cittadini.

Il governo nel tagliare il fondo del pluralismo, che permetteva l’esistenza dei giornali locali pubblicati da cooperative, ha tolto la voce ai propri cittadini. Ha compiuto una violenza sul corpo stesso della società, perché come ci ricorda il giornalismo anglosassone, la stampa è il watchdog, il cane da guardia, del potere. E senza cane da guardia il potere è libero di fare ciò che vuole.
E ora è chiaro che al governo e al suo ‘frontman’, il sottosegretario con delega all’editoria Vito Crimi, non interessa, come invece vanno dichiarando, modernizzare l’informazione coinvolgendo di più le persone. Anzi.
L’ultima prova delle reali intenzioni del governo è la decisione di non toccare la ripartizione degli investimenti pubblicitari di cui beneficiano soprattutto i colossi della rete quali Google, Facebook, Amazon, che si mettono in tasca oltre il 60 per cento dei 7 miliardi che il mercato mette a disposizione. C’è qualcosa che non funziona, lo capirebbe chiunque: il governo italiano ha deciso di non intervenire in una dinamica che penalizza soprattutto i player nazionali, a cominciare da quelli piccoli. In questo modo non si favorisce certo il ruolo demiurgo della rete, che il M5S mette fra le priorità, ma con la complicità della Lega si consolida la supremazia degli Over the top. Il nuovo slogan dei gialloverdi potrebbe essere ‘a noi piacciono i cookies’.
È l’ultima declinazione di quell’atteggiamento sintetizzato dalla frase ‘forti con i deboli e deboli con i forti’. Nel mio intervento in consiglio regionale ho fatto notare che il governo fa passare quale contenimento della spesa l’ennesimo attacco a tutte le voci che debbono garantire il pluralismo dell’informazione e la libertà di espressione. E a quanti obiettano che i piccoli organi di stampa debbono sopravvivere restando sul mercato – divenuto ormai il dio pagano di questi tempi, invocato da tutti e adorato per convenienza – vorrei ricordare che la democrazia non è gratis, che se non impieghiamo risorse per difenderla, sostenendo gli strumenti che la nutrono, come appunto una libera e plurale circolazione dell’informazione, la democrazia s’indebolisce e scompare.
La difesa dei nostri giornali è la difesa di noi stessi, del nostro diritto a sapere e della nostra dignità di persone. Chi crede che quello ideale sia un mondo dove le informazioni passino da piattaforme progettate e gestite da miliardari, che non si fanno scrupolo a vendere i nostri dati personali al migliore offerente ha già accettato di essere un servo.
In passato il mestiere del giornalista ha affascinato molte generazioni: in passato era una lettera 22 dell’Olivetti sulle ginocchia, oggi un laptop o uno smartphone pronti per raccontare una guerra o una tragedia, una liberazione o una grande speranza. Con l’arma più potente che esista, le parole.
Mi unisco a chi difende questo lavoro e chi lo fa tutti i giorni nelle piccole trincee di periferia per aiutarci a capire dove viviamo e cosa possiamo fare per non essere solo spettatori ma cittadini.
(*) Consigliere regionale Emilia-Romagna

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