La lezione di Scalfari il maestro

Esaurita l’ondata di emozione per la morte di Eugenio Scalfari, azzardo una considerazione su un grande giornalista. Intanto confesso che, pur avendo lavorato 30 anni per lo stesso editore, non l’ho mai incontrato. Il suo insegnamento però mi è arrivato da più parti, grazie agli amici cresciuti a Repubblica. In particolare Antonio Del Giudice, già vicedirettore della Gazzetta di Mantova e direttore del Centro. Un episodio mi è rimasto impresso: «Si trattava un giorno di mandare un inviato a Livigno, in particolare a Trepalle, la frazione più alta d’Italia. Eugenio interrogò la redazione: chi di voi non c’è mai stato? Uno alzò la mano e partì. Eugenio, che con affetto era soprannominato Barbapapà, spiegò ai colleghi che gli occhi nuovi vedono meglio degli altri. Ovvero, la curiosità di un forestiero scova particolari che un assiduo frequentatore di quel luogo giudica banali o non vede. Una lezione da tenere in mente».
Le riunioni con Eugenio erano equiparate alle messe, dove nessuno osava contraddirlo.
Altri episodi della sua carriera mi sono stati riferiti da Bruno Manfellotto e Luigi Vicinanza, ex direttori dell’Espresso che hanno conosciuto Scalfari in tempi diversi. Un uomo colto, affascinante, dalla forte personalità. Fazioso come pochi, quando si è trattato di attaccare Bettino Craxi o sostenere Ciriaco De Mita. La sua Repubblica è stata definita un giornale partito. Poteva piacere o no, ma aveva un’anima che è andata perduta.

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