RIMINI. Cantava Guccini, «gli eroi son tutti giovani e belli». «Muore giovane colui che al cielo è caro», diceva invece Menandro (così tradotto da Leopardi). Marco era giovane e bellissimo, della bellezza che dà la felicità («si vive di più andando 5 minuti al massimo su una moto, di quanto non faccia certa gente in una vita intera», diceva). La felicità di essere riuscito a fare ai massimi livelli quello che ti piace di più, quello per cui sei nato: «Fai quello che ami e non lavorerai un solo giorno nella tua vita» (Confucio).
Quando è morto, così improvvisamente, quel 23 ottobre del 2011 sulla pista di Sepang in Malesia, abbiamo pianto tutti, non solo gli appassionati di moto, non solo i romagnoli. Marco era diventato un po’ per tutti come un figlio o un fratello, uno zio, un nipote, a seconda delle generazioni. E probabilmente piangeva anche il giornalista Fabio Fagnani, autore di un libro “Le leggende del motociclismo. Storie di coraggio, emozioni e passioni”, appena pubblicato da Diarkos.
Libro nel quale c’è un intero capitolo dedicato al Sic (abbreviazione di Simoncelli usata dalle Tv nelle classifiche dei tempi e delle posizioni); nomignolo col quale tutti avevano finito affettuosamente per chiamarlo. Il capitolo s’intitola: “L’amore sopravvive”.
Scrive Fagnani: «Parlare del Sic è sempre una grande fatica. Sale una tristezza mescolata a dolore, malinconia, ma anche a un pizzico di gioia, pensando al suo fare guascone, alle sue boiate, alle battute e al suo modo irriverente di stare nel paddock. Un mix di sensazioni davvero complicate da spiegare. È quell’impressione che si ha quando suona il telefono e nessuno risponde. Appena termina la chiamata ci si sente sollevati, ma allo stesso tempo sovviene il senso di colpa per non aver risposto».
Marco, racconta Fagnani, era un predestinato: nato nella motor land, era salito sulle minimoto giovanissimo, cominciando a vincere da subito. Era un campione, dolcissimo e generoso fuori dalla pista, una vera bestia sulle due ruote. Molti lo vedevano come il nuovo Valentino Rossi, con il quale strinse da subito una vera, profonda amicizia: si allenavano insieme alla famosa “cava”. Arriva nel motomondiale nelle 125 (oggi Moto3), ma quelle motine gli stanno strette, è cresciuto diventando un sandrone, come si dice in Romagna, è molto più alto della media dei piloti. Così passa in 250 (oggi Moto2).
Dopo tante vicissitudini, finalmente l’annata perfetta, il 2008 in cui vince il titolo mondiale delle 250, proprio a Sepang, santa e maledetta Malesia. Fagnani la racconta così: «Il ragazzo romagnolo non ha ancora finito la gara che sta già piangendo. Le lacrime scendono prima sulle guance e poi sulla visiera. Mentre affronta l’ultima curva a sinistra che dà sul traguardo, inizia a urlare: è il cuore che canta. Si ferma sul muretto dove tutto il team sta festeggiando, si toglie il casco e indossa una maglietta bianca che lo ritrae in stile rockstar con scritto “2008 World Live Tour – Super-Sic”. Marco riprende il gas in mano, ma senza il casco in testa, e inizia il giro d’onore di cui è rimasta un’immagine che per sempre rimarrà tangibile nella nostra memoria. Il pilota riccioluto lascia le mani dal manubrio, saluta il pubblico, indica le persone che lo stanno applaudendo come a dire “è grazie a voi” e poi si lascia andare come lanciato giù da un aereo con il paracadute. Apre le braccia, sorride, chiude gli occhi e danza, si muove come a mimare un aeroplanino. È un sogno che si realizza». È l’immagine stessa della felicità.
Marco passa nella MotoGp e tra alti e bassi arriviamo al 2011. A Sepang è carico, sa che può vincere. E quando scivola, non molla il manubrio, anzi vi resta tenacemente attaccato, non vuole mollare. Questa manovra lo riporta al centro della pista dove arrivano a tutta velocità Edwards e il suo amico Rossi che lo prendono in pieno. Si capisce subito che è gravissimo: resta svenuto sulla pista, senza casco, volato via per l’impatto. La morte verrà dichiarata una mezz’ora più tardi dopo prolungati tentativi di rianimarlo.
Prima della gara aveva registrato un video dalla sua camera d’albergo, che a guardarlo adesso crea un vuoto nello stomaco, impossibile da riempire: «Voglio provare a salire sul podio, magari questa volta sul gradino centrale che è più carino e risulto anche meglio dalla televisione…».

Argomenti:

Fabio Fagnani

libro

marco simoncelli

motociclismo

Salvatore Barbieri
About the Author

Giornalista professionista dal 1988. Ha lavorato al Messaggero, alla Gazzetta di Pesaro, alla Gazzetta delle Dolomiti e ha collaborato con Ansa, Aga, Specchio, La Stampa, America Oggi. Attualmente è vice caposervizio della redazione Cultura & Spettacoli del Corriere Romagna.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *