Al Darsenale, primo brew-pub della darsena di Ravenna, come un faro sul canale, sarà presentato il 5 ottobre alle 18.30 l’ultimo libro di Stefano Ravaglia “Lettere da Liverpool” edito da Battaglia Edizioni. Modererà l’incontro Stefano Bon. Una scelta del luogo che appare quanto mai appropriata, per evocare atmosfere di nebbie e marinai, e una storia unica e irripetibile, di calcio e non solo, quale quella del Liverpool Fc intrecciata con la storia culturale e politica della città e dei personaggi che l’hanno attraversata.

Lo scrittore e giornalista sportivo ravennate, grande esperto del calcio internazionale e in particolare di quello inglese, ha seguito il Milan quasi dovunque in Italia e in Europa ed è tesserato al Liverpool Italian Branch. Ha all’attivo quattro libri e alcuni racconti pubblicati in varie antologie. Definisce questo “Lettere da Liverpool” come frutto del lavoro di due anni che ha avuto alla base il minimo comun denominatore della vita: la passione.

Ravaglia, perché “Lettere da Liverpool” e a chi sono rivolte?

«Un titolo che avevo in mente da anni. Oggi le lettere non si scrivono più. Volevo invece farne un mezzo per raccontare in modo non soltanto giornalistico, ma come fossero appunto missive giunte direttamente da Liverpool e indirizzate a tutti i tifosi appassionati di calcio e di calcio inglese in particolare».

Liverpool operaia, beatlesiana e regina del calcio d’Europa. Perché la storia del suo Club è è anche la storia di una città?

«Me lo sono chiesto spesso molte volte, forse perché come è stata definita, appare sempre come “una città dalla parte del torto”, politicamente rossa, contestatrice, animata da una grande passione che si accese calcisticamente grazie una canzone, “You’ll never walk alone” di Jerry and the Pacemaker che venne trasmesso e divenne l’inno dello stadio di Anfield. Tutto è cominciato da lì, grazie alle sue parole, che parlano di speranza, di camminare insieme. Un inno quindi di valore universale. La storia stessa del Liverpool, a partire dagli anni Sessanta sotto la guida di Bill Shankly che gli diede una dimensione internazionale, è stata una storia di riscatto, di voglia di reagire alla depressione, come lo è stato il rock, non solo con i Beatles, ma anche con il Mersey beat e con tanti altri gruppi».

In che misura le tensioni sociali hanno influito anche in maniera drammatica sulle vicende del Club?

«Non credo che sia stato un caso che ci sia stata una tragedia come quella dell’Heysel, negli anni in cui infuriava la depressione economica frutto della crisi del porto e della politica di Margaret Thatcher che soffocava gli scioperi dei minatori. Uno striscione alzato ad Anfield diceva che “non era più incluso il pareggio”. Proprio nei momenti di crisi il calcio può diventare un’occasione di riscatto, non più soltanto un momento ludico, ma una metafora della vita».

I “Reds” saranno favoriti anche in questa stagione? Covid permettendo…

«Penso di sì, che abbiano la possibilita di ripetersi in Premier, dopo aver mancato il successo per 30 lunghissimi anni, e anche nella Champions. Jurgen Klopp è un genio, gli e stato dato il tempo, a differenza che in Italia, e sa far crescere il rendimento di tutti. Vincere aiuta a vincere. Spero che dopo 14 anni torni a vincere anche il torneo di maggior prestigio, la FA Cup, la Coppa d’Inghilterra».

Il calcio “stellare” della Premier League riesce ancora a suggerire un’idea romantica del calcio, là dove il calcio è nato e si è diffuso?

«Quella per il calcio inglese è una passione che ha attecchito in molti modi anche da noi ed esistono club di tifosi italiani di squadre inglesi. Il calcio inglese dimostra di aver fatto passi in avanti, sapendo coniugare tradizione e modernità».

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