La Giostra di Cesena ora ha la sua torta medievale

Dopo il gelato che Babbi ha voluto appositamente creare e le ha voluto dedicare, la Giostra dei cavalieri di Cesena ha anche una propria torta. Questa volta non l’ha però creata un professionista del settore, ma un grande appassionato e cultore di gastronomia, che è al tempo stesso uno dei fondatori dell’associazione che ha riportato in auge l’antica tradizione del Palio cittadino. Si chiama Luciano De Troia, è un avvocato e pur essendo di origine pugliese vive a Cesena dalla più tenera infanzia.

È lui stesso a raccontare come si è accesa la lampadina che lo ha portato a preparare un dolce che è stato apprezzatissimo da chiunque lo abbia assaggiato. «La torta della giostra – spiega – nasce da chiacchiere, riflessioni e progetti fatti con Daniele Molinari (anche lui avvocato e presidente dell’Associazione Giostra di Cesena, ndr), mentre parlavamo una sera delle “scoperte” che aveva fatto durante i suoi accessi all’archivio storico. Riflettendo sul fatto che una tradizione come la giostra all’incontro, perpetuata per quasi quattro secoli ininterrottamente, si fosse potuta perdere quasi completamente nella memoria dei cesenati, notavo come anche i piatti più poveri si fossero dissolti nella memoria collettiva, a dispetto di quanto avvenga in altre regioni italiane».

«È così che Daniele mi riferisce di aver trovato qualche accenno a un dolce i cui riferimenti erano prevalentemente relativi all’uso di frutta secca e, conoscendo la mia passione per la cucina, mi invita a provare a realizzare una torta, che fosse quanto più possibile aderente a quella che una massaia cesenate vissuta tra il ’400 e l’inizio del ’500, poteva fare per festeggiare un avvenimento particolare come poteva essere la giostra».

A quel punto, bisognava scegliere quali “materie prime” utilizzare e ne è nato un ragionamento stimolante per gli amanti della cultura gastronomica. «Ho pensato a quelli che potevano essere gli ingredienti a disposizione e più comuni all’epoca – rivela Luciano De Troia – Così ho sperimentato, immaginando di essere in quell’epoca, cioè senza conoscenza di tecniche particolari, senza la comodità di strumenti e macchinari elettrici e con la limitazione dei prodotti di stagione. Un elemento caratterizzante è quindi la Saba, a sapa: mosto d’uva ribollita, che veniva e viene utilizzata per dolcificare e che in Romagna è sempre stata conosciuta e utilizzata, anche se oggi molto poco. Conferisce al dolce quella colorazione che pare cioccolato ma che all’epoca non era stato ancora scoperto e portato in Europa, e un sapore particolare e a cui il nostro palato è scarsamente abituato. Noci, mandorle, miele, burro, uova, mele e farina non raffinata, visto che all’epoca era sicuramente utilizzata una farina che oggi definiamo “tipo 1”, completano il quadro di un dolce che utilizza lo stesso agente lievitante del pane romagnolo famoso ormai nel mondo: la piadina».

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