La fragilità della memoria e il dovere della trasmissione

La morte del riminese Franco Leoni Lautizi, uno degli ultimi testimoni della strage di Marzabotto, ci porta a ricordare una strage tra le più efferate della Resistenza italiana: l’eccidio di Monte Sole, a pochi chilometri dalle coste romagnole. Lo storico Daniele Susini ricostruisce qui quei terribili momenti. Il funerale di Franco Leoni si tiene questa mattina alle 10 a Rimini, alla chiesa Santa Maria Mater Ecclesiae (Primo Maggio).

DANIELE SUSINI
La strage di Monte Sole è l’eccidio, numericamente parlando, più grande avvenuto sul fronte occidentale della guerra: da quel 29 settembre fino al 5 ottobre 1944 i tedeschi a Marzabotto trucidarono, con metodi brutali, 770 civili, sopratutto donne, bambini e anziani. L’Italia tutta fu stata attraversata da questa violenza delle stragi nazifasciste; il lungo elenco è stato raccolto in un sito, www.straginazifasciste.it, che riassume tutti gli oltre 4.000 episodi di strage e le oltre 20.000 vittime inermi. Marzabotto è considerata una strage eliminazionista, un termine tecnico per dire che su quelle comunità si è scatenato un odio e una violenza spropositata perché l’obiettivo era terrorizzare la popolazione e desertificare il territorio, per fare il modo che la Resistenza fosse depotenziata.
25 le stragi di questo tipo
Di questo tipo di stragi ci sono solo 25 episodi: oltre ai più conosciuti Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, abbiamo anche la strage più vicina a noi, quella di Fragheto di Casteldelci, consumatasi il 7 aprile 1944.
Hitler, compreso che non avrebbe mai potuto vincere la guerra, voleva trasformare l’Italia in un enorme campo di battaglia per rallentare l’avanzata Alleata da sud; il crinale dell’appennino tosco-emiliano fu battezzato dai tedeschi come l’ultimo baluardo di difesa prima della Pianura Padana e della Germania; ci costruirono la Linea Gotica. Su quella linea, essendo montagna, prese piede anche la Resistenza, ma queste due espressioni della guerra non potevano convivere nel medesimo posto, e siccome per i tedeschi la guerra alla Resistenza era troppo faticosa e rischiosa, e avendo già avuto esperienze simili sul fronte orientale, applicarono i dettami più tremendi.
Kesserling in persona, comandante in capo delle truppe tedesche in Italia, diede ordine di fare terra bruciata attorno ai partigiani; fu dato l’ordine di colpire la popolazione civile, di impedire che questa sostenesse la Resistenza dando supporto logistico e altro. Lo era stata anche prima, ma da quel momento la guerra in Italia prese una piega più violenta e dura, più simile alla guerra ad Est o in Jugoslavia che a quella di altri Paesi più simili a noi come la Francia.
Le stragi più importanti ci furono prima sul fronte toscano – da Vallucciole a Cavriglia, da Sant’Anna di Stazzema a Fucecchio, da San Terenzio a Vinca – poi toccò a Marzabotto, a pochi giorni dalla Liberazione, con l’esercito Alleato alle porte.
La vicenda di Franco Leoni
Sull’episodio di Cà del Piede, la località dove viveva Franco e dove si è consumata la sua tragedia familiare, ci sono tre versioni, due riportate da adulti e quella di Franco, all’epoca un bambino con meno di 6 anni. Sulla sua versione vi era molto scetticismo, visto l’età al tempo, ma poi avvocati e magistrati del processo sulla strage e anche gli storici più affermati, fatti i dovuti riscontri, si sono convinti che la versione di Franco fosse la più attendibile rispetto a quello che era realmente accaduto. Nel racconto di Franco non solo c’era la testimonianza della tragedia, ma se lo interpretiamo al meglio, troviamo già anche la speranza e la riconciliazione. Immancabile, infatti, il ricordo di quando fu medicato da un giovane dottorino tedesco che, probabilmente sconvolto da tanta brutalità, si commosse piangendo sulla schiena ferita di Franco bambino. Questo ricordo, onestamente non so per quale motivo, lo confortava, probabilmente gli faceva vedere un’altra faccia dei tedeschi, che non erano tutte belve assassine.
Il messaggio
Ma la sua tragedia è solo iniziata con la guerra, e non è terminata con il 25 aprile. Lui voleva fortissimamente che questo messaggio arrivasse ai tanti giovani che incontrava: la guerra non termina con il cessate le armi, la guerra continua a fare male. Perché le ferite di guerra sono ampie e si rimarginano solo con il passare di tanti anni, e sopratutto, come nel suo caso, si rischia di essere mangiati vivi dall’odio e dal senso di vendetta. Cosa che lui riuscì a evitare.
Con la scomparsa di Franco perdiamo un pezzo importante di questa memoria, un testimone lucido, capace di farci riflettere perché non retorico e concreto. Ci mancherà la sua voce di libertà e di pace. A noi resta il compito di portare avanti la sua memoria, così delicata e fragile, ma così importante e utile per far crescere nel modo migliore le giovani generazioni, facendo loro sapere cosa è costata in termini di sofferenza questa pace e la democrazia che viviamo.

Commenti

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui