La figlia di Sol LeWitt a Ravenna: “Distruggete l’opera del Mar”

Ebbene sì. L’autorizzazione per esporre Wall Drawing #570 di Sol LeWitt al Mar c’era. Ma l’ok della figlia dell’artista è arrivato a giochi fatti: solo il giorno prima della presentazione ormai preannunciata alla stampa, quando l’opera custodita nei depositi del museo era già stata installata. Messa di fronte al fatto compiuto, Sofia Lewitt ha dato disposizioni perentorie: distruggere il lavoro una volta conclusa l’esposizione. Lo ha scritto persino in maiuscolo, rispondendo alle insistenze del museo ravennate: “DESTROYED”. Che suona un po’ diverso dalle iniziali rassicurazioni date dai vertici del Mar circa il parere favorevole “di eredi e fondazione” per riallestire un lavoro nato in realtà per essere cancellato al termine della mostra realizzata a Ravenna nel 1988.

Emerge questo dalle comunicazioni ufficiali intercorse tra Giorgia Salerno, conservatrice dell’istituzione di via di Roma, e la figlia dell’artista statunitense, tra i massimi esponenti dell’arte concettuale, scomparso nel 2007.

Il carteggio esaminato dal Corriere Romagna è diventato di dominio pubblico dopo l’accesso agli atti richiesto dalla lista civica La Pigna all’indomani della polemica.

Il polverone

Le critiche, come noto, sono piombate non appena il Mar ha annunciato di aver rimesso piede nel deposito per valorizzare la collezione permanente, recuperando il lavoro smontato e mai distrutto dopo l’esposizione “Viaggio in Italia”. Dalla polvere accumulata in 34 anni di oblio si è alzato il polverone. Perché quell’opera, seguendo il senso e la natura del lavoro di LeWitt, non era destinata a durare, e nemmeno a essere rispolverata. A dirlo è il direttore dell’epoca della Pinacoteca, Bruno Bandini: fu sua l’idea di conservarla promettendo di non riesporla mai più. Sostiene di averne informato a suo tempo l’autore, pur senza ricevere risposta. Così il “patto” è stato tramandato anche ai successori: fra questi Claudio Spadoni, ex direttore del Mar, che ora parla di tradimento delle direttive date al tempo, travisando anche il significato di un lavoro che doveva essere temporaneo. A rincarare la dose è stato l’ex assessore alla cultura Ivan Simonini, il quale ha rivelato che incontrando di persona Lewitt nel 1992 si sentì rispondere dall’artista che sarebbe tornato a Ravenna per “imbiancare” (come diceva lui) l’intervento superstite.

Fermi tutti, si sono però affrettati a replicare ora dal museo: «Abbiamo l’autorizzazione».

Il carteggio

Ed ecco qui i termini del nulla osta, così come risulta dagli atti ufficiali. I primi contatti risalgono a inizio febbraio. Sofia Lewitt (figlia dell’artista), interpellata da Giorgia Salerno in merito all’opera, scrive: “Giorgia, fammi sapere come posso aiutarti, allego ulteriori informazioni su WD #570, è questo il lavoro al quale ti riferisci?”. La curatrice risponde l’8 febbraio, “penso che sia stato allestito solo nel 1988”. Chiede altre immagini e la informa dell’intenzione di esporlo nuovamente, precisando che “necessita un restauro in piccole parti (negli angoli)”, mostrandosi “lieta di allestire il wall drawing”. Passano settimane di silenzio. A metà marzo da Ravenna parte una sorta di sollecitazione all’erede; le si chiede un consiglio per un video a corredo del riallestimento. Ma ancora nulla. Fino al 4 aprile. Sofia LeWitt finalmente scrive: “Ciao Giorgia, WD 570 appartiene a un collezionista privato. Se hai intenzione di reinstallarlo abbiamo bisogno del permesso del proprietario e di una squadra guidata dai disegnatori di Lewitt per installare l’opera correttamente. E’ nei tuoi piani?”. Tempo mezz’ora e la Salerno replica: “…abbiamo già installato Wall Drawing #570… Spero veramente che non sia un problema”. E chiarisce quello che sembra essere un ciclopico misunderstanding nato nell’apprendere – entrambe le interlocutrici – dell’esistenza di due lavori con lo stesso nome: uno (quello di San Francisco) ufficiale, l’altro (quello del Mar) no. “Abbiamo i sette pannelli del 1988 nella nostra collezione come tu sai”, continua la curatrice. Perché ormai è tardi, la preview è già fissata per il giorno seguente, l’inaugurazione per la settimana successiva: “Ti sto mandando ora le foto di questa mattina dell’installazione. Fammi sapere se ci sono problemi”. Glaciale l’assenso arrivato a stretto giro dalla figlia dell’artista: “Per ora, va bene esporre questi pannelli, ma devono essere DISTRUTTI appena l’esposizione è completata e non restaurati”. Non passa nemmeno un minuto e da Ravenna arriva la stretta di mano: “Si, grazie molte Sofia, ci piacerebbe presentarti al direttore del museo nei prossimi mesi”.

L’annuncio

Giunge così il gran giorno. Ma nel comunicato stampa nessun accenno alla mancata distruzione, né ai più recenti accordi, lasciando intendere che il recupero andrà a far parte della collezione permanente del Mar ora rivalorizzata.

Poi però scoppia la polemica. La Pigna fa l’accesso agli atti chiedendo il carteggio delle mail. Solo a quel punto il dirigente del Mar, Maurizio Tarantino, corregge il tiro di una comunicazione che forse non ha brillato per trasparenza; intervistato, per la prima volta parla di esposizione temporanea e annuncia che di distruggere il wall drawing ravennate «non se ne parla». Affermazioni che sembrano sulla difensiva. Perché la figlia di LeWitt è stata chiara. E la fondazione, citata dal direttore come al corrente di tutta l’operazione? Di quella, non sembra esserci traccia, quantomeno nei carteggi delle richieste ufficiali partite da Ravenna.

Ne doveva esistere una sola, invece ora si scopre che di Wall Drawing #570 ce ne sono due. Il tutto con buona pace del collezionista privato che fino a pochi giorni fa era probabilmente convinto di possedere un’opera unica. Sul catalogo ufficiale che raccoglie tutti i Wall Drawings realizzati da Sol LeWitt, risulta che WD 570 è di proprietà di “James and Dana Tananbaum”, nella lontana San Francisco.

La prima installazione, naturalmente, è quella alla Loggetta Lombardesca di Ravenna per la mostra del 1988; ma lo stesso intervento (e non una copia) viene poi indicato come installato nel 2005 alla residenza Tananbaum. Qui, si legge nella scheda ufficiale dell’opera, LeWitt riconfigurò il lavoro, aggiungendo una quarta parte e facendo dei cambiamenti alle combinazioni di forma e colore. L’artista ha anche aggiunto una modifica al titolo dell’intervento. Dopo la sua morte, WD #570 è stato nuovamente riesposto nel 2010 nella stessa residenza Tananbaum, eliminando parte delle variazioni precedentemente apportate sull’imponente composizione lunga 12 metri per 3.

Anche di questo, il Mar ne era a conoscenza. E le possibili conseguenze di questo inedito retroscena incuriosiscono, soprattutto alla luce delle intenzioni palesate dal direttore del Mar di non voler distruggere l’opera, contrariamente a quanto disposto dall’erede di LeWitt, il cui assenso per il riallestimento è stato citato dai vertici dello stesso museo per sedare critiche sollevate, tralasciando un dettaglio mica da ridere. Alla luce dei fatti, forse, a lei andrebbe posta un’ulteriore domanda: e ora che accadrà?

Commenti

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui