La favola di Guarise: “Il mio nuovo sogno riparte dai Mondiali”

Primavera 1993. Matteo Guarise è un bambino di quattro anni. Quattro anni e mezzo. Dalla finestra della sua casa di via Lagomaggio, ogni pomeriggio, vede quello strano rettangolo di cemento, delimitato da quelle sbarre di ferro, pieno di ragazze e ragazzi. Ai piedi hanno delle strane scarpe, con quattro rotelle. Fanno salti, piroette, lanci. «Mamma, papà: voglio andarci anche io» dice a Roberta e Stefano. E così, in un caldo pomeriggio di fine maggio, Matteo indossa per la prima volta un bel paio di pattini. Gli allenatori dello Sport Life si accorgono subito che quel bambino ha delle doti fuori dal normale. E, infatti, i risultati non tardano ad arrivare. Nel frattempo gli anni passano, il fisico inizia a essere scolpito e l’idea è quella di affiancare a Matteo una pattinatrice per farli gareggiare nelle coppie artistico. La scelta cade su Sara Venerucci, figlia di Cristina Pelli e di quello che diventerà la stella di prima grandezza del pattinaggio italiano: Patrick Venerucci.
«Sono stati anni bellissimi – ricorda Matteo – difficili. Duri. Ci allenavamo tante ore al giorno e per ragazzini della nostra età era un bel sacrificio. I nostri compagni si divertivano e noi, invece, lì a sudare e lavorare. Però le soddisfazioni ci hanno ripagato di tutto. Con Sara abbiamo vinto titoli italiani, Europei, Mondiali. Sia a livello Juniores sia a livello Seniores».
In realtà, nel mondo dei grandi, la coppia dal futuro d’orato, è durata poco. Pochissimo. «Su di noi le aspettative erano altissime. Anche perché eravamo giovani, belli, bravi e quindi tutti erano convinti che avremmo potuto ricalcare la strada di Patrick e Beatrice Palazzi Rossi che hanno vinto Mondiali in serie. Invece è successo che quel peso psicologico è stato determinante. Ad un certo punto ho fatto, come si dice da noi in Romagna, il botto e ho appeso i pattini al chiodo».
Uno stop che lascia tutti a bocca aperta. Provano a convincerlo tutti, ma Matteo non torna indietro. Anche perché, nel frattempo, gli arrivano diverse proposte dal mondo della moda. Il fisico statuario lo aiuta per entrare nel giro di Armani e Bikkemberg. Matteo lascia la sua Rimini e si trasferisce a Milano dove partecipa a diverse sfilate e sembra avviato verso un altro successo personale. Poi, però, in un freddo pomeriggio di novembre, un incontro non casuale gli stravolge nuovamente i piani. «Vengo contattato da due dirigenti della Federazione Italiana Sport Ghiaccio. Mi dicono che sono alla ricerca di un pattinatore da affiancare a una ragazza. Sanno del mio passato sulle rotelle e quindi mi invitano a provare. Lì per lì dico subito di no. La vita che stavo facendo mi piaceva da impazzire. Viaggi, belle donne, soldi, cosa volere di più? Ma io sono un atleta. Lo sono sempre stato. Il richiamo della competizione è stato più forte di tutto. E così mi sono buttato in questa nuova avventura».
Una avventura che all’inizio è stata durissima. «Pattinare su rotelle e su ghiaccio è completamente diverso. Nel primo caso, tanto per far capire, puoi appoggiarti sulle quattro ruote, nel secondo caso devi stare attentissimo, perché la lamina non perdona. Poi tecnica, salti, piroette, lanci è tutto completamente diverso. L’unica cosa in comune, sono gli esercizi in palestra. Comunque con la prima partner non va bene, lei ha dei problemi fisici e niente. Quando tutto sembrava finire prima di iniziare, ecco arrivare Nicole (Della Monica, la sua attuale compagna). Con lei è stato subito feeling a prima vista. Abbiamo iniziato piano piano e poi è stato un crescendo fino alla qualificazione alle Olimpiadi dove sono stato il primo riminese a pattinare sul ghiaccio».
Sono passati oltre dieci anni, eppure Matteo e Nicole ancora non mollano. «Mercoledì 24 e giovedì 25 marzo saremo protagonisti ai campionati mondiali di Stoccolma dove il nostro obiettivo è quello di conquistare una medaglia e qualificarci alle Olimpiadi in Cina del 2022. Non sarà facile, ma ci proveremo. Sperando che il Covid ci lasci in pace».
Già, il Covid. Un’esperienza che ha toccato in modo particolare Matteo. «Non credevo nella mia vita di vivere un’esperienza così devastante. È arrivata all’improvviso. E mi ha portato via tutto. Libertà. Famiglia. Amici. Non ho visto i miei genitori per diversi mesi. O per meglio dire, non li ho potuti abbracciare perché vederli li vedevo in video. Sono stato rinchiuso, anzi, recluso, in casa per settimane e settimane. Io e la mia ragazza avevamo il terrore ad uscire. Abitiamo a Lodi, proprio nel cuore del primo focolaio di Coronavirus scoppiato nel marzo 2020. In giro, quando uscivo per fare la spesa, sembrava di vedere degli zombi. Gente mascherata. Sola. Angosciata. Con le mani coperte da guanti in lattice. Un virus maledetto che ha sconvolto il mondo. Non faccio un volo intercontinentale da più di un anno. Ogni volta andare ad allenarsi è uno strazio. Tamponi. Controlli. Non puoi fare un colpo di tosse, uno starnuto che tutti ti guardano male. Abbiamo dovuto rinunciare a mille appuntamenti. A mille manifestazioni. Ho avuto la fortuna, come dicevo, di trascorre il lockdown con la mia ragazza, ma il non poter abbracciare la mia famiglia è stata un’esperienza davvero terribile. Anche qui, a Stoccolma, per il Mondiale siamo stati costretti alla quarantena e facciamo un tampone ogni quattro giorni».
Matteo, che a ottobre ha perso la sua cara mamma Roberta, vorrebbe conquistare la medaglia proprio per dedicargliela. Ma sa che sarà difficile. Nel frattempo, nella sua testa, si sta formando un altro pensiero che potrebbe sconvolgergli di nuovo la vita. «Più che nella mia testa, è nella testa dei dirigenti Azzurri e di tanti addetti ai lavori. Vorrebbero che tenessi botta fino a 37 anni per le Olimpiadi di Milano-Cortina. Ma non so se ci riuscirò. Il fisico inizia a essere logoro e anche la testa ha speso molto. Però, vediamo, a me le sfide sono sempre piaciute. Sono state la benzina per spingermi oltre i limiti».

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