La fauna di tutto il mondo? Serve solo a sfamarci

Se dovessimo mettere sul piatto della bilancia il peso di tutti gli uccelli del pianeta, il 70% sarebbe composto da pollame destinato all’alimentazione dell’uomo. Se dovessimo fare altrettanto con tutti i mammiferi, il 60% è il peso di bovini e suini di allevamento, il 36% degli esseri umani e appena il 4% degli animali selvatici. Una bilancia, dunque, dalla quale emerge la profonda impronta antropica.

È questo quanto fotografato dal report del Wwf “Dalle pandemie alla perdita di biodiversità. Dove ci sta portando il consumo di carne”.

Ogni anno vengono macellati a scopo alimentare 50 miliardi di polli, circa 6 e mezzo per ogni abitante del pianeta. Ovvio che, in questo caso, lo squilibrio è tale che i Paesi più ricchi hanno un più facile accesso a tutto questo cibo rispetto ai Paesi più poveri. La quantità di carne prodotta è oggi quasi cinque volte maggiore di quella dei primi anni Sessanta: in media nel mondo oggi si consumano 34,5 kg di carne a testa l’anno, ma con grandi differenze tra i Paesi.

In Italia il consumo medio è di quasi 80 kg a testa quando 60 anni fa erano appena 21 kg.

«Il sistema agroalimentare porta nelle nostre case i frutti del lavoro di centinaia di milioni di persone in mare e a terra e i benefici di ecosistemi vicini e lontani. Il cibo è il sapore della vita per miliardi di persone. Eppure proprio questo sistema, entrato negli ingranaggi voraci di sistemi economici ed industriali globali, si è trasformato in un letale nemico di foreste, oceani, biodiversità e, non ultimo, della nostra stessa salute», dice afferma Isabella Pratesi, direttore Conservazione di Wwf Italia.

«La nostra stessa sopravvivenza su questo Pianeta ci pone oggi l’obbligo – prima che sia troppo tardi – di ripensare il nostro sistema alimentare globale a partire dagli allevamenti intensivi. Oggi se vogliamo dare un futuro al Pianeta non basta più pensare ad abbattere le emissioni di CO2 dobbiamo ridurre le “emissioni” del sistema food che sono deforestazione, perdita di biodiversità, inquinamento e distruzione di ecosistemi», aggiunge.

E poi c’è un elemento di cui va tenuto conto: più del 50% degli antibiotici utilizzati in tutto il mondo va a finire all’allevamento animale e al settore veterinario.

Fin qui, sembrerebbe tutto molto “ordinario”, ma non è proprio così. L’uso massiccio di antibiotici rappresenta un fattore di rischio per la selezione e diffusione di batteri resistenti. Infatti, questi ultimi riescono a lungo andare a rafforzarsi e, dunque, a sopportare i trattamenti. Oggi, in Europa 1/3 delle infezioni è causato da batteri resistenti.

Un profondo impatto l’alimentazione lo ha anche nel cambiamento climatico. Nel comparto agricolo, tra i maggiori responsabili della produzione di gas serra ci sono gli allevamenti intensivi che generano il 14,5% delle emissioni totali. Le emissioni di azoto causate dagli allevamenti sono un terzo di quelle prodotte dall’uomo. A livello europeo, la produzione agricola è responsabile del 12% delle emissioni di gas serra: la maggior parte di queste emissioni (più del 60%) – deriva dagli allevamenti, in particolare dal bestiame bovino.

Inoltre, in Italia gli allevamenti intensivi sono la seconda causa di inquinamento da polveri sottili, preceduti solo dal riscaldamento degli edifici. Nel 2019, a livello globale, la produzione di carni (bovine, ovine, avicole e suine) è ammontata a 337 milioni di tonnellate, prodotte prevalentemente in sistemi intensivi. La carne suina rappresenta tipicamente oltre un terzo della produzione mondiale, il pollame il 39% e la carne bovina il 21%.

L’Italia, con 23 milioni di capi allevati, è quarta in classifica in Ue per numero complessivo di capi. Ogni 100 abitanti, ci sono circa 11 mucche, 14 maiali, 11 pecore e 1,75 capre. Dagli anni Sessanta, la popolazione mondiale è più che raddoppiata, arrivando a oltre 7,8 miliardi attuali.

Nello stesso arco di tempo, il reddito medio globale è più che triplicato e in maniera proporzionale anche il consumo di carne, che varia a seconda dei Paesi. Nei Paesi sviluppati si consumano circa 70 kg pro-capite annui di carne contro i 27 kg dei Paesi in via di sviluppo. Non solo carne, negli ultimi 50 anni anche il consumo medio di latte è aumentato del 90% e quello delle uova del 340%.

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