La fabbrica del duce? Purtroppo esiste ancora

La fabbrica del duce di Dino Biondi è un libro utile per spiegare ai giovani lettori come mai, tra il 1922 e il 1943, la maggior parte degli italiani fosse mussoliniana, se non proprio fascista. Inevitabile il paragone con il presente e con le nuove tecniche di persuasione adottate dai politici che non devono più ricorrere al “porta a porta” per magnificare le loro capacità, ma assumono abili “navigatori” del web che veicolano la loro propaganda a milioni di persone contemporaneamente premendo il tasto “invia”.

Minerva riporta alla luce uno studio che ha agevolato molti scrittori a caccia di particolari sul Ventennio. Non ci sarà mai più (speriamo) una dittatura. Non ci saranno più le adunate oceaniche in piazza Venezia, non ci sarà un altro duce, un altro re, un altro Hitler da seguire nel baratro della follia. La fabbrica, invece, è ancora lì, pronta a riaprire i suoi cancelli e a ridare il via alla produzione del mito, del salvatore della patria e dell’uomo forte, abile nel cavalcare l’onda del malcontento.

Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1967, ebbe successo perché non piacque ai nostalgici per il tono ironico con il quale raccontava la retorica fascista e neppure piacque a sinistra, dove ci si aspettava, oltre alla storia, anche una nuova impiccagione, stavolta a mezzo stampa. Quindi piacque a tutti i moderati.

«La fabbrica del duce è lo studio di un prototipo, che si è sviluppato in un modo molto simile alla bicicletta» commenta Stefano Biondi, figlio dell’autore.

Dino Biondi (1927-2015) era nato a Dozza imolese, prima di trasferirsi a Bologna ed entrare ragazzo a “Il Resto del Carlino” di cui fu inviato speciale, critico cinematografico e corrispondente da Parigi. È stato anche direttore del “Giornale d’Italia” e di “Stadio”.

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