La danza protesta in piazza a Rimini: “Noi dimenticati” Video

video di Diego Gasperoni

Scatoloni in testa, balli, coreografie, musica. E poi scritte come Fragile, Tenere in alto, Maneggiare con cura. Centinaia di ragazze e ragazzi delle scuole di ballo della provincia di Rimini si sono ritrovati ieri in piazza Cavour per un’iniziativa denominata Incursioni illegali di danza. Una protesta garbata per richiamare l’attenzione su un mondo considerato quasi zero in tempo di pandemia; un vero e proprio flash mob per un settore pressochè dimenticato dal governo.

«Non è una protesta per chiedere la riapertura delle nostre scuole a tutti i costi, ma una manifestazione per sensibilizzare tutti su una realtà come la danza e sulle difficoltà dei nostri giovani allievi, fortemente penalizzati dall’emergenza coronavirus» spiega Roberta Pulito, insegnante di danza classica e direttrice della Scuola di balletto di Rimini, una delle più “vecchie” della città.

«I nostri allievi sono fermi da troppo tempo – chiarisce Pulito –. Le scuole di ballo sono rimaste chiuse per tre mesi durante il primo lockdown. Poi siamo tornati al lavoro per poco più di un mese prima che, dal 24 ottobre, ci bloccassero di nuovo. L’attività è stata “congelata” senza troppi motivi e ci premeva sottolineare come i nostri ragazzi, al contempo giovani e danzatori, stiano pagando un prezzo davvero salato. Anche perché se ti fermi per molti mesi, poi non è semplice ripartire: il corpo ne risente e si rischia di impigrirsi. Quelli che continuano a seguire dietro a uno schermo, faticosamente, le lezioni, sono quasi degli eroi». E sottolinea che «con il termine di fragile abbiamo voluto richiamare l’attenzione su questa realtà assolutamente penalizzata».

Di fatto la danza «è ferma da due anni perché in tutto il 2020 sono saltati saggi, concorsi e varie gare, e quest’anno rischia di accadere lo stesso. Agli allievi manca la forza e l’energia del gruppo e anche vedere concretizzato il lavoro portato avanti in palestra».

Eppure le scuole di danza riminesi avevano provato a organizzarsi: «Per la riapertura di giugno ci avevano chiesto tutta una serie di misure: dalla sanificazione dei macchinari al numero ridotto degli ingressi, fino al mancato utilizzo di spogliatoi e docce che di per sè sono già un forte limite. Abbiamo provato anche ad allestire delle strutture per il lavoro all’aperto: in settembre siamo ripartiti per cercare comunque di limitare il male, ma non è bastato – conclude la direttrice –. Venti giorni dopo ci hanno fatto chiudere di nuovo tutto».

Solidarietà al mondo della danza è arrivato anche dall’assessore alla Cultura, Giampiero Piscaglia.

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