La cultura sportiva italiana alle prese con l’anno del Covid

L’imprevisto è quel fattore che nel mondo dello sport tutti, dagli atleti agli allenatori passando per dirigenti e staff medico, pretendono ancora di poter controllare, catalogare e, naturalmente guardando al proprio orticello, di riuscire ad annullare. Fino ad un anno fa, nel basket nostrano l’imprevisto poteva essere rappresentato da un infortunio, una convocazione in Nazionale (con relativo rinvio del match in programma), un controllo positivo all’antidoping finanche ad un litigio all’interno dello spogliatoio. Tutta roba da debellare, nascondere, eliminare, perché il principio resta sempre quello: giocare ogni benedetta partita della stagione, cascasse il mondo, con la squadra al completo. Concetto che, tanto per fare un esempio, non appartiene assolutamente alla cultura sportiva americana. Bene, su tutto questo tipo di approccio al “problema”, il Covid19 ha avuto l’effetto di un tornado. Vero che ha rappresentato per tutti qualcosa di completamente nuovo, ma è stato sbagliato l’approccio. A cominciare da quello dei dirigenti, convinti di poter rimettere dentro ai palasport del pubblico in questa stagione (i meccanismi di diffusione del virus non dovevano risultare proprio chiari … ), poi della Federazione, che ha studiato un protocollo troppo debole e per finire con i “controllori” del gioco, ovvero allenatori e club che in buona parte hanno cercato sempre la via di fuga al problema.

Gli esempi virtuosi, anche recentissimi, non mancano: da Venezia, che ha affrontato le partite decisive di Eurocup praticamente con mezza squadra accettando il rischio eliminazione a testa alta, a Cantù che domenica ha giocato a Milano senza l’intero staff tecnico e una pedina importante come l’americano Gaines. Insomma alcune società, e non solo in A1, hanno dimostrato come si possa approcciare l’evento sportivo in maniera sana anzi, aggiungiamo noi, come si debba affrontarlo, a maggior ragione in piena Pandemia. Il protocollo parla di 7 positivi al Covid per poter ottenere il rinvio di una partita. Bene, i casi rientranti in questa “categoria” fra A1 e B si contano davvero a fatica sulle dita di una mano (forse due), ma i match rinviati sono stati decine e decine.

Nelle ultime settimane le varianti hanno messo tanta e legittima paura alle varie Ausl locali, che sono intervenute a isolare i gruppi squadra magari addirittura alla prima positività. Prima, però, da ottobre (a proposito, che errore iniziare i campionati così tardi) fino a gennaio sono stati gli accordi fra le società a far saltare troppe partite, spesso nascondendosi dietro la scusa della salute. Inutile citare casi specifici, chi ha tenuto comportamenti poco corretti lo sa bene e i club che si sono visti chiedere un rinvio dagli avversari sono stati messi poco simpaticamente spalle al muro. Come avrebbero potuto dire di no? In Romagna è stata forte la polemica fra Ravenna e Ferrara e più sfumata, proprio per l’intervento dell’Ausl, quella fra Cesena e Imola, ma in entrambi i casi a risultare stonata fu il cambio di atteggiamento di alcune società, che in passato avevano chiesto o accettato un rinvio e all’improvviso non si sono più dichiarate disponibili a fare lo stesso. La grande fortuna per lo sport, in questo primo anno con il Covid come scomodo compagno di viaggio, è quella di poter lavorare-giocare, tenere viva l’attenzione su certe realtà che altrimenti sarebbero state dimenticate e regalare un po’ di conforto alle tifoserie. Una vittoria in più o in meno non deve fare la differenza. Spirito di adattamento, ecco cosa richiede questa nuova situazione. Purtroppo nel mondo della palla a spicchi, e non solo, pochi ce lo hanno.

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