RIMINI. Una breve nota di cronaca, apparsa sul settimanale La Riscossa l’11 maggio 1907, informa che nei locali della ex fabbrica di zolfanelli prende sede il Saponificio Riminese. La notizia, scarna e senza un briciolo di commento, sigilla uno spaccato di storia riminese importante, che non può passare sotto silenzio e che ci spinge a tornare su Nicola Ghetti e sul suo stabilimento di fiammiferi. Del Ghetti abbiamo rievocato la morte, avvenuta in maniera violenta, e il suo filantropismo (Corriere Romagna, 31 dicembre 2019); ora cercheremo di puntare i riflettori sul personaggio, sulle sue capacità manageriali e sull’opera che è riuscito a realizzare.
I primi fiammiferi li produce in casa
Figlio di un umile bottegaio, Nicola Ghetti nasce a Rimini nel 1813. Attratto dalle novità della scienza e dotato di notevole spirito di intraprendenza, nel 1838 inizia a produrre nella propria abitazione i primi artigianali fiammiferi. Il fiammifero, vale a dire quel piccolo stelo di legno impregnato di zolfo e fornito di una capocchia contenente alcune sostanze chimiche che si accendono per strofinamento su una striscia di carta vetrata, è un’invenzione recente. Prima della sua scoperta per procurarsi del fuoco era necessario «sfregare bruscamente un pezzo di acciaio contro una pietra focaia».

La lavorazione dei fiammiferi, fatta con metodiche empiriche, produce molteplici fenomeni di intossicazione e la necessità di renderla sempre meno nociva per la salute degli addetti alla loro fabbricazione stimola la sperimentazione. Anche Nicola si cimenta in queste pericolose manovre, ma i suoi rumorosi test chimici suscitano una sequela di reclami da parte del vicinato che non gli concedono adeguate libertà di verifica. Nel 1840 il giovane “ricercatore”, per evitare le continue discussioni, trasferisce il proprio «laboratorio di zolfanelli» in un casolare isolato. Qui, un rovinoso incendio manda in cenere tutta l’attrezzatura. Il futuro industriale anziché rinunciare ai rischiosi progetti vi investe i propri risparmi impiantando la manifattura in un locale più «spazioso e comodo» fuori porta Montanara. La nuova sede e il perfezionamento raggiunto dai continui scandagli chimici, che rendono di volta in volta sempre più sicura la fabbricazione dei “fulminanti”, consentono al Ghetti di incrementare le vendite e di avvalersi della collaborazione di una quindicina di dipendenti.
Per stare dietro alle richieste che continuano a lievitare, nel 1842 il nostro “fiammiferaio” trasferisce l’opificio fuori porta Romana, nel borgo San Giovanni, in una vasta area occupata in precedenza da un vasaio. Qui – per meglio tutelare la salute degli operai contro i malefici effetti delle emanazioni fosforiche – predispone una serie di cautele e di accorgimenti atti a rendere i suoi zolfanelli «innocui e sicuri». La sua “formula”, una volta brevettata, riceve la medaglia d’oro dell’Istituto Italiano di Scienze ed Arti.
Le sue vendite varcano le Alpi
A questo punto il giro delle vendite si allarga a macchia d’olio e i «nuovi fiammiferi alla Ghetti» dopo essersi imposti a livello nazionale, varcano le Alpi ed entrano in competizione con quelli realizzati dai migliori opifici europei. Verso la metà degli anni Cinquanta, avvalendosi dell’ingegno architettonico di Giovanni Benedettini, il “mago dei fiammiferi” – così era chiamato Nicola Ghetti – ristruttura la fabbrica ingrandendola e apportandovi razionali innovazioni alle apparecchiature. Nel 1867 il professor Raniero Bellini, docente di tossicologia sperimentale nel Regio Istituto di Firenze, studioso di “fosforismo” e di “necrosi fosforica”, su mandato del ministero ispeziona gli impianti dello stabilimento. Nella relazione finale inviata a Roma, il professor Bellini certifica che il fiammifero prodotto da Ghetti è del tutto innocuo e il lavoro all’interno della fabbrica, «una delle più grandiose che abbiamo in Italia», si svolge nella massima sicurezza e con l’utilizzo di moderni e agevoli macchinari in ambienti ampi e arieggiati. In questo periodo l’opificio occupa dai 300 ai 350 salariati, in gran parte donne. Sensibile ai problemi della famiglia, l’industriale organizza i turni femminili con elasticità di orario, «in modo che le donne non fossero distolte dalle cure della casa», introducendo – a tutti gli effetti – una sorta di lavoro part time (Italia, 13 -14 gennaio 1883). A questa massa di dipendenti si aggiungono anche gli incaricati alla «confezione delle scatole di carta»: mansione svolta nelle proprie abitazioni da circa una trentina di operaie. La fabbrica ha un consumo giornaliero di 3 chili di fosforo e 9 di zolfo e una produzione che si aggira sui 1.500 pacchi di fiammiferi: ciascun pacco è composto di 72 scatole, contenenti ognuna 40 fiammiferi. Sul finire degli anni Sessanta, Ghetti cessa di importare dalla Germania gli “stecchetti” e inizia a produrli in proprio utilizzando una segheria a vapore da lui stesso ideata.

A partire dagli anni Settanta le sempre più numerose industrie di zolfanelli, entrate nel mercato nazionale in spietata concorrenza tra loro, costringono Nicola Ghetti a ridimensionare la produzione e a ridurre il numero degli operai a 180, di cui 150 donne. Con la sua morte, nel 1883, la fabbrica passa ai figli. Ma ormai il periodo d’oro della produzione dei fiammiferi è finito e il lavoro diminuisce di anno in anno, anche se Carlo Tonini (1835 -1907), nella sua Guida del forestiere nella città di Rimini del 1893, continua a sostenere che «il traffico» dei “Successori Ghetti” riguarda ancora molte aree italiane. All’inizio del ’900 la crisi del settore si aggrava ulteriormente e lo stabilimento è costretto a ridurre la produzione a 200 pacchi di fiammiferi al giorno: una misera cosa rispetto ai 1500 del 1867! Nell’estremo tentativo di salvarsi, la “Ghetti” si fonde con la “Società anonima fabbriche riunite di fiammiferi di Milano”. L’accordo è un buco nell’acqua e dopo qualche anno lo stabilimento chiude i battenti.

Argomenti:

masini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *