“La classe” di Nanni Garella al teatro Petrella di Longiano

Il teatro Petrella di Longiano ospita uno spettacolo cult interpretato da una compagnia di attori “follemente” appassionati. È “La classe morta” di Tadeusz Kantor che, nell’interpretazione del gruppo Arte e Salute del Dipartimento Salute mentale di Bologna, diretto da Nanni Garella, diventa “La classe”. Va in scena stasera dalle 21 con dodici attori, nove dei quali seguiti dal Dipartimento Ausl, oltre a due attrici e un attore esterni.

“La classe morta” spettacolo del 1975 è considerato un esempio di genialità del polacco Kantor (1915-1990), che fu pittore prima che scenografo e regista teatrale, tra i maggiori teorici del teatro del Novecento. Il regista Garella, dal 2001 dedito a una compagnia di “matti” per i quali sin dal ’99 ha promosso corsi di formazione, ha all’attivo quasi un migliaio di recite in spettacoli classici e contemporanei.

Garella, perché ha voluto riportare in vita “La classe morta” di Kantor?

«Abbiamo ripreso “La classe” nel maggio scorso, ma avevamo debuttato una decina d’anni prima. Alcuni attori sono cambiati da allora. A lungo avevo pensato a questo spettacolo; l’avevo visto nel 1984 a Milano, ne rimasi incantato e da allora mi domandavo perché i giovani di oggi non possano vedere quella meraviglia, considerando che viene poco rappresentato. Pensando ai miei attori li ho trovati perfetti per interpretare dei vecchietti seduti nei loro banchi di scuola».

Cosa racconta la storia?

«Non c’è trama, il testo in realtà consiste in qualche video e molti appunti di Kantor, sui quali abbiamo lavorato con la compagnia costruendo una drammaturgia personalizzata sui personaggi di ogni attore. Forse è lo spettacolo che ci è costato più tempo in assoluto di prove».

Perché non c’è una vera e propria drammaturgia?

«Perché Kantor nasce come pittore, nel dopoguerra cominciò a fare installazioni, vi inserì dei personaggi che stavano fermi. A un certo punto li fece muovere e poi parlare. I suoi spettacoli nascono perciò da una serie di immagini potenti, quasi dei quadri, che si accavallano uno sull’altro. Nella “classe” ogni personaggio racconta di sé, ma soprattutto della vita d’infanzia in un banco di scuola con i compagni. Tutto qui. Solo che le persone che interpretano i personaggi sono gli stessi bambini di allora, e dunque oggi sono dei quasi vecchietti. Non c’è altro, ma è un’immagine di potenza straordinaria perché riguarda noi tutti. È forte la potenza del ricordo dell’infanzia, la felicità che dovrà arrivare ma che poi alla fine nella vita non arriva mai nel modo in cui aspettiamo che sia. È geniale in Kantor l’immagine di una classe di bambini ormai vecchi che si portano dietro la loro infanzia, con un futuro di morte».

Rispetto allo spettacolo di quarant’anni fa, come lo affrontano i suoi attori che forse non hanno la stessa consapevolezza, come cambia lo spettacolo?

«Uno dei miei attori mi ha detto: “Nanni, la classe era morta, ma adesso è viva di nuovo”. Credo che i nostri attori siano avvantaggiati perché hanno uno spartiacque nella vita, un momento in cui non sono stati più bene, e quindi tutto quello che era nell’infanzia rimane ancora più importante rispetto a chi non ha avuto quell’esperienza di malessere. Direi che il nostro spettacolo è meno espressionistico rispetto a quello di Kantor, è più dolce, più soave, i nostri attori sono meno meccanici rispetto alla partitura originale. In loro prevale la gioia estetica, il piacere di recitare. Fa loro bene il lavoro continuo che si fa insieme».

I suoi attori si possono considerare lavoratori dello spettacolo?

«Lo sono davvero, iscritti all’Enpas, professionisti, remunerati per le recite e le prove con un minimo annuale di scritture e di tirocini formativi. Avere uno stipendiuccio è ciò che fa la differenza rispetto al lavoro teatrale di altre associazioni che operano nel sociale. Perché dà loro la responsabilità del lavoro. Oggi il modello di Arte e Salute è arrivato in Giappone dove si è creata una piccola compagnia analoga, che segue i miei corsi».

Info: 0547 666008

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