La Cgil ravennate: “Salario minimo? Spesso basterebbe applicare i contratti esistenti”

RAVENNA La segretaria della Cgil di Ravenna Marinella Melandri ritiene il dibattito sul salario minimo importane ma non sufficiente per garantire le necessarie tutele ai lavoratori.

Marinella Melandri, da segretaria provinciale della Cgil che ne pensa del dibattito sul salario minimo?
«Si tratta di un discorso articolato e complesso. Come sindacato riteniamo che questo dibattito debba essere accompagnato da quello sulla rappresentanza. Altrimenti rischia di essere peggiorativo, in alcuni casi»

Si spieghi meglio.
«La maggior parte dei contratti nazionali firmati da Cgil, Cisl e Uil hanno una paga base già superiore ai 9 euro l’ora di cui si parla».

Ma spesso non vengono applicati. Corretto?
«Bisogna ricordare che sono un migliaio di contratti depositati, Cgil, Cisl e Uil ne hanno firmati circa 450. Molti sono firmati da sindacati che hanno una rappresentanza soltanto locale ma firmano ugualmente accordi nazionali e che hanno meno tutele e paghe più basse. Altri da associazioni praticamente inesistenti. Il datore di lavoro non è obbligato ad applicare il contratto firmato con noi. A volte poi vengono proposti “contratti pirata”: quando lo scopriamo cerchiamo di agire con l’Ispettorato del lavoro. Però gran parte delle aziende applica la nostra contrattualistica».

Ci sono però settori in cui si trova il modo di pagare i dipendenti meno di quanto previsto dal Ccln. Come accade?
«Proponendo ad esempio un orario diverso da quello che si fa effettivamente: si inquadra un dipendente con il part time e poi lo si fa lavorare a tempo pieno. Oppure inquadrando il lavoratore con una qualifica inferiore a quella a cui avrebbe diritto. L’aspetto delle qualifiche è peraltro uno di quelli che si rischia di perdere se si ragiona solo sul salario minimo. Ogni lavoratore andrebbe inquadrato a seconda della sua esperienza e capacità».

L’impressione è che ci siano alcuni settori –commercio, turismo, agricoltura – meno tutelati rispetto a industria e servizi. Non sarebbe ora di aprire una nuova stagione dei diritti per questi lavoratori?
«Ci piacerebbe. Purtroppo dagli anni Novanta l’introduzione della flessibilità si è trasformata, come previsto, in precarietà. Noi vorremmo semplificare il mondo dei contratti, con contratti di formazione iniziali che si trasformano in contratti stabili. Invece la flessibilità ha causato una perdita di sicurezza anche per i lavoratori più tutelati. Per quanto riguarda i settori che citava lei, di certo sarebbe importante ragionare su maggiori tutela ma spesso i datori di lavoro e la politica hanno altre idee. Ci sono poi associazioni che non si siedono per il rinnovo dei contratti e con l’esplosione del costo della vita la situazione non è più sostenibile».

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