La bottega di Andrea Gambi, dove gli spirits sono poesia

Nemmeno al residente più distratto del centro di Ravenna sarà sfuggita quella vetrina caratteristica di via Serafino Ferruzzi 11, rievocante gli altrettanto peculiari double decker bus, gli inconfondibili autobus scoperti che accompagnano i turisti per le vie del centro di Londra. In realtà l’Old England Scotch House, questo il nome dell’esercizio, ha una storia accattivante, che parte da lontano, e che è interessante approfondire. Parliamo con il titolare, Andrea Gambi, una vita da funzionario Api, poi tramutatosi in consulente transnazionale operante in 9 Paesi europei, che, appassionato di spirits da sempre decide, nel 1988, di aprire questo negozio – unico nel suo genere – specializzato proprio in liquori britannici.

Signor Gambi, ci racconta qualcosa di questo suo punto vendita così caratteristico?

«Certo. L’idea la ebbi insieme a mio fratello, che è stato un ristoratore di un certo successo in Riviera, poi scomparso prematuramente a metà anni ‘90. Avevamo entrambi altre occupazioni, ma per comuni passioni abbiamo avuto l’idea di aprire quella che io chiamo ancora, orgogliosamente, ‘bottega’, in un momento in cui la cultura degli ‘spiriti’ in Italia era agli albori. Ci siamo orientati fin da subito sui whisky, ovverosia il classico torbato di stile scozzese, di cui ora abbiamo selezionato circa 150 tipologie. Con il tempo sono arrivati anche rum, grappe (un’altra delle mie passioni) e ovviamente gin, ma anche porto, calvados, cognac e armagnac, oltre che una scelta di circa 100 tra tè e altri prodotti tipici come composte, marmellate e biscotti. Da ultimo abbiamo anche allestito una piccola sezione di vini, scelti tra bollicine, italiane e francesi, e alcuni prodotti italiani dallo stile ‘internazionale’».

Come sopravvive una bottega nel momento del ‘boom’ della vendita on-line?

«Abbiamo sempre fatto la scelta, ancora più marcatamente ora che io e mia moglie Maria Teresa ci occupiamo full-time del punto vendita, di non vendere on-line. Capiamoci, abbiamo ovviamente un sito e pubblicizziamo i nostri prodotti via social, ma la nostra attività si sviluppa esclusivamente con la vendita di persona. Abbiamo una percentuale molto positiva di consigli azzeccati, è il tipo di lavoro che abbiamo cercato di fare fin dagli anni ’80, a nostro avviso nel nostro settore è questo che paga».

Come si è evoluto il segmento e il gusto degli acquirenti?

«Se dobbiamo basarci sui dati del consumo, il settore degli spirits in Italia (come del resto quello del settore vitivinicolo, ndr) ha fatto registrare cali anche importanti, quella che invece è cambiata è la percezione degli appassionati, che ora si orientano decisamente sul bere ‘meno’ ma bere ‘meglio’. È un passaggio essenziale, è lì che la nostra professionalità viene ripagata, perché il cliente non chiede più il prodotto a scatola chiusa, ma magari un consiglio mirato, che ci sentiamo di poter offrire».

Al di là del ‘boom’ molto recente dei gin, ci dà qualche previsione su come si muoverà il segmento nel futuro e qualche consiglio per gli acquisti?

«Sì, è inutile negare che il gin sta vivendo, anche grazie all’impiego nella mixology, un momento di grande spolvero, ma non so se si tratterà di un trend stabile. Probabilmente è una tendenza favorita dalle nuove generazioni di bevitori, che ora si orientano decisamente verso i cocktails. Io vedo molto stabile il settore dei torbati, in cui mi piace sempre consigliare un prodotto come l’Ardbeg 10, in ambito di single malt a mio avviso insuperato. Un altro settore in grossa evoluzione è quello del rum, che, anche a causa della revisione dei disciplinari, si sposterà decisamente verso prodotti meno rotondi, come ad esempio l’Admiral Rodney, uno splendido distillato di Saint Lucia. Altro settore per cui prevedo un incremento, anche questo in parte derivato dall’uso per la mixology, è quello del rye, e, per motivi diversi, del bourbon».

In conclusione, ci sarà davvero da divertirsi!

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