L’italianista Giorgio Inglese e i misteri irrisolti di Dante

È da poco stata pubblicata dall’editrice Le Lettere una nuova edizione critica nazionale della Divina Commedia, dopo quella del 1921 di Giuseppe Vandelli, e il lavoro del 1966 di Giorgio Petrocchi «secondo l’antica vulgata». La Società Dantesca Italiana ha affidato l’operazione a Giorgio Inglese, docente di Letteratura italiana alla Sapienza, membro del comitato direttivo dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo e della rivista La cultura e già caporedattore dei Dizionari della letteratura italiana Einaudi.

Nell’ambito del festival ravennate Dante 2021+1 Inglese riceve il Premio Dante-Ravenna sabato 17 settembre alle 21, negli Antichi Chiostri francescani, presentato da Marcello Ciccuto, presidente della Società Dantesca, e da Carlo Galli, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna.

Professor Inglese, ma questo “opus maximum” era necessario?

«Il problema nasce dal fatto che delle opere di Dante non esiste un autografo, come invece c’è per il Canzoniere di Petrarca. I manoscritti più antichi sono almeno di dieci anni più tardi rispetto al completamento della Divina Commedia e anche fra le copie più antiche esistono differenze linguistiche. Sono però facilmente dominabili perché esistono testi fiorentini della seconda metà del Duecento che ci danno un’idea della lingua. Restano invece luoghi dove le copie non concordano a livello semantico. Certo, non ne è inficiata la conoscenza generale del poema, ma ci sono elementi aperti: ed è da qui che si avvia l’operazione scientifica e umanistica di cui parliamo».

Che non sovverte il testo a noi noto.

«No, certo. La mia edizione è in linea anzi con quelle di Vandelli e di Petrocchi, ma fa anche tesoro degli studi degli ultimi sessant’anni».

Può farci un esempio?

«Vandelli aveva accettato la lezione di un manoscritto antico su Cerbero che tormentando i golosi li “iscoia e squarta”. Un’altra lezione dice però che li “ingoia e squarta”: e gli studi che hanno approfondito il significato del nome del cane mostruoso, mi hanno fatto decidere per “ingoia”, che indica inoltre un contrappasso suggestivo».

Ed è una scelta definitiva.

«Non è detto, gli studi vanno avanti e possono anche rimettere in discussione passi già sub iudice, ma l’editore deve valutare le possibilità e comunicare al lettore che esistono varianti diverse».

Lo ricordiamo anche nell’edizione scolastica di Sapegno.

«Sapegno infatti era uno studioso indipendente e acuto e, lo dico con piacere, a volte io stesso ho riproposto sue lezioni».

Lo scopo è comunque sempre far riapparire la voce più originale di Dante.

«Dante è una delle massime espressioni della poesia mondiale. Nella scuola italiana se ne fa la parafrasi, che è un esercizio fondamentale per un testo così lontano linguisticamente e concettualmente. Compito del docente però è esercitare una mediazione, chiarendo le coordinate culturali che aiutino gli studenti a sintonizzarsi con il testo antico, a misurarsi con esso: altrimenti, si perde la poesia… Pensi solo al primo verso dell’Inferno, il problema non è capire le singole parole, ma cosa Dante voglia dire. Come mostra anche il film “Lost in translation”, la forma linguistica in cui il pensiero è esposto va “tradotta”, ma poi rivissuta nella forma sonora, metrica… in cui il poeta l’ha pensata. Per fare questa operazione, occorre leggere, capire, e poi tornare all’espressione vera di quella scrittura. Buon per noi anzi, che riusciamo ancora a comprendere Dante, Petrarca, Boccaccio, dato che l’italiano è una lingua di cultura e in fondo anche quello che parliamo poco si distacca dalla sua versione trecentesca».

Lei ne è convinto anche per l’Italia contemporanea?

«Negli anni Settanta avevamo tentato di far partecipi tutti di un sapere umanistico e letterario diffuso. Ci siamo riusciti? È una domanda aperta, ma non dobbiamo dimenticare mai che condividere questa lingua, con tutto quello che porta con sé, è un privilegio».

www.dante2021.it

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