L’inferno di Giuseppe Conte alla biblioteca di Faenza

Dialogare con Giuseppe Conte significa trovarsi al cospetto di una delle figure centrali del panorama poetico e intellettuale odierno: domani alle 18 lo scrittore in Biblioteca Manfrediana presenterà la propria ultima pubblicazione, Dante in love (Giunti, 2021), all’interno della rassegna che l’associazione IndependentPoetry dedica al sommo poeta nel settecentesimo anniversario della sua morte. Conte ha risposto ad alcune domande.

Nel romanzo lei porta l’ombra di Dante a camminare nella Firenze di oggi: cosa l’ha spinta a tentare questa operazione?

«Avevo intenzione di omaggiare Dante in occasione della ricorrenza di quest’anno, ma parlare della sua morte mi sembrava quasi improprio: Dante è vivissimo, ha sfidato i secoli e continua a essere letto e amato in tutto il mondo. Ho quindi tentato di riportarlo sulla Terra, fra gli uomini, anche per togliere un po’ di polvere dalla sua statua. L’idea di fondo è quella di un contrappasso deciso da un Dio con il senso dell’ironia: Dante, che viaggiò con il corpo tra le ombre, ora torna come ombra tra gli uomini in carne e ossa».

L’umanità osservata dal suo Dante redivivo è simile a un gregge allo sbando: rispetto al viaggio della Commedia, nel XXI secolo l’Inferno ha preso più spazio sulla terra?

«Penso di sì. Quando l’ombra di Dante si sposta dal Battistero e comincia a passeggiare per la Firenze notturna scopre che l’Inferno è orizzontale, non bisogna scavare nel sottosuolo per trovarlo. In poche centinaia di metri si possono incontrare tutti i tipi di peccatore. Dante percepisce che qualcosa sta cambiando, dalla qualità dell’aria al rapporto con il cielo passando per le stesse fattezze degli uomini. L’unica cosa che non cambia è la politica: leggi fatte a ottobre non valgono più nulla già a novembre. Chissà cosa avrebbe pensato Dante se avesse visto i Dpcm».

Nell’Inferno contemporaneo un elemento di grazia e salvezza resta però l’amore, «Dio e Signore» di cui lei si dichiara un umile «fedele» proprio come Dante.

«Dante ha messo l’amore al centro della propria vita e della propria opera: per il mio libro sono partito dal sonetto Guido, i’ vorrei che tu e Lapo e io, in cui si esprime il desiderio di “ragionar sempre d’amore”, un amore corrisposto, uno scambio vitale, perché nel possesso c’è solo sopraffazione e violenza. Non è vero, come dicono alcuni, che il Dante amoroso sia disimpegnato, anzi tutto il contrario: la politica, la storia, i grandi mutamenti sono sempre prodotti dall’amore, da una passione anche metafisica per la vita. E parlo dal punto di vista di chi crede nell’invisibile e nel mistero dell’essere».

Tuttavia diversi intellettuali sostengono che la pandemia abbia sancito il trionfo della scienza e della tecnica sopra la dimensione spirituale dell’esistenza. È d’accordo?

«La forza dello spirito è fondamentale: Goethe diceva che la luce in ambito fisico e lo spirito in quello etico sono le due più grandi forme di energia. Questo è un concetto che molti oggi hanno dimenticato. Una società che si basa solo sulla tecnica, sull’economia e sul materialismo utilitaristico è destinata a perdersi e diventare insignificante. Basta vedere cosa accade alla nostra Europa priva di anima: non è amata pienamente e con passione, se lo fosse ritroverebbe il suo posto nel mondo. Siamo in un momento di oscurità, ma si intravedono alcuni bagliori di luce: il buio del potere resta lo stesso, eppure l’amore svolge sempre una funzione antagonista rispetto ad esso».

Una figura che Dante eredita dal mito è quella di Ulisse: nella sua raccolta “Non finirò di scrivere sul mare” lei lo immagina navigare in internet come tutti noi, ancora capace di rappresentare la civiltà. Eppure, nel mare digitale, «virtute e canoscenza» appaiono sempre più virtuali e meno attuali.

«Navigare è sempre stata un’avventura capitale, un correre incontro al mistero: l’abbassamento della metafora in relazione a internet mi ha mosso a scrivere questa poesia, l’unica satirica della raccolta. Anche io al mattino scorro le notizie sul cellulare, ma poi mi chiedo se sia questa la vera vita. La vita è fatta di carne e sangue. Parafrasando Rimbaud, oggi viviamo tra le mani di un barbiere elettronico, seduti davanti a uno schermo: il mio Odisseo internauta è diverso da quello che abbiamo sempre visto, ma continua a interrogarsi sul senso del navigare».

Dopo la Toscana, la Romagna è la geografia più presente nell’opera di Dante: che rapporto ha lei con questa terra?

«Un rapporto di ammirazione e affezione: ho frequentato la Romagna e conservo delle amicizie. Ciò che mi colpisce maggiormente è lo spirito romagnolo, che mantiene una vitalità originaria e originale».

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