È salito (letteralmente) al pulpito nella chiesa della casa di riposo Maccolini ma il momento più alto della giornata lo ha vissuto quando ha potuto riabbracciare (letteralmente, anche in questo caso) la nonna paterna. Fa niente se per rinnovare questo necessario gesto di affetto di cui ci ha privato il coronavirus è stato costretto a indossare i lunghi guantoni che usano i veterinari per visitare le mucche. «Nonna sei una favola», le ha sussurrato accarezzandole il volto. «Giacomo, sei bravissimo», gli ha subito voluto dire lei, orgogliosa, che come tutti gli ospiti della casa di riposo aveva appena ascoltato la lezione sui vaccini del giovane immunologo riminese.

La scienza e l’umanità. La ricerca e la sofferenza. La fragilità e la ripartenza, comunque. «Con la chiesa al centro di tutto», nella prospettiva di suor Rita Benigni, la madre superiora. Nella prima fase della pandemia la casa del Signore era stata trasformata in alloggio per il personale sanitario in isolamento, nella seconda ha ospitato (e ospita) la “Casa degli affetti”, dove si possono abbracciare i degenti a turni di sei o sette al giorno per poco meno di mezzora, ieri si è trasformata in aula per un seminario di formazione sul vaccino, il veicolo per il ritorno alla vita. «Siamo una grande famiglia ed è da qui, dalla chiesa, che ogni volta ripartiamo».

L’incontro con il ricercatore dello Jenner Institute dell’università di Oxford avviene per via della nonna novantaduenne che da qualche tempo vive nella casa di riposo. Il direttore Matteo Guaitoli e la madre superiora, alle prese con la necessità di convincere i circa cento operatori (tra infermieri e Oss) e i 141 ospiti a vaccinarsi, intuiscono che nessuno meglio di Giacomo Gorini può rassicurare contro le troppe bufale che stanno circolando. Nasce così il seminario di ieri mattina che si tiene in chiesa per ragioni logistiche «ma non solo». Una trentina di operatori, alcuni sopravvissuti al Covid-19, siede sulle panche di fronte all’altare, gli altri, come gli ospiti che «sono divisi in sette bolle», possono solo ascoltarlo in collegamento audio a distanza, per evitare assembramenti.

Gorini, piuttosto emozionato («ormai non sono più abituato a parlare in pubblico, solo via computer»), mostra la capacità di tradurre concetti scientifici di chi ha avuto per maestro, Roberto Burioni. Spiega che la storia del vaccino fatto troppo in fretta non tiene perché ci sono state scorciatoie, è vero, ma per la politica (fondi subito disponibili) e la burocrazia, «non certo per il rigore scientifico di ricerca e sperimentazione». Rassicura sotto ogni punto di vista, specie su reazioni avverse e allergie: «Gli effetti collaterali sono minimi e, nel caso, agevolmente trattabili. Quanto alle allergie: ne provocano più le noccioline dei componenti del vaccino». Risponde a ogni domanda di infermieri e operatori e ammette di provare «invidia per voi che sarete vaccinati subito». Lui, nonostante abbia contribuito a creare il vaccino che per costi contenuti e facilità di conservazione (Oxford-Astrazeneca) «contribuirà maggiormente a spegnere l’incendio del Covid nel mondo» quando arriverà il via libera dell’Agenzia europea del farmaco, dovrà aspettare «come tutti» il proprio turno. «Vaccinatevi con fiducia e grande senso di responsabilità», è l’appello che rivolge dal pulpito, raccomandando grande attenzione anche dopo l’immunizzazione, che sarà certa dopo 5 settimane dalla prima dose (la seconda va somministrata dopo 4), perché non ci sono ancora garanzie sul fronte della trasmissione del virus da parte dei vaccinati. «La scelta non è tra vaccinarsi o meno» ma tra tornare alla vita di prima o continuare a rischiare di morire. Riferisce non vedere l’ora di tornare a festeggiare, a uscire liberamente ma ancora non si può, niente Capodanno tra amici. «Vediamo la luce in fondo al tunnel», ma l’uscita dista ancora qualche mese, il tempo necessario a immunizzare tutti. Interpellato dagli operatori su una eventuale patente da attribuire a chi si vaccina, replica che «non è la scienza ad avere queste risposte: il mio parere personale è che quando le dosi ci saranno per tutti allora sì, si potrà pensare anche a una patente».

Il finale è a sorpresa. La nonna che arriva dalla sua stanza, la preparazione della “Casa degli affetti”, i lunghi guanti indossati, gli abbracci, le carezze, gli occhi finalmente negli occhi. Un assaggio dell’umanità che ritroveremo grazie alla scienza e anche grazie a un riminese.

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Enea Abati
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Operaio dell’informazione alla redazione di Rimini del Corriere Romagna. Moroso di Roberta, babbo di Nina e Linda. Vivo a Rimini ma tifo parecchio Cesena. Il mio mondo ideale? Quello prima di Internet.

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