L’Europa e una Serbia che non rinnega il suo triste passato

“La società serba sta negando i crimini di guerra glorificando i criminali” ha dichiarato nei giorni scorsi davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite Serge Brammertz, procuratore capo del meccanismo che ha preso il posto del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia. “Solo nella città di Belgrado”, ha continuato Brammertz, “ci sono 150 murali dedicati a Ratko Mladic”, il famigerato comandante delle milizie serbe condannato all’ergastolo dalla corte dell’Aja per il genocidio di Srebrenica del 1995. Il procuratore capo non ha fatto altro che ribadire quello che è noto a tutti, ovvero che la Serbia non ha mai voluto fare i conti con il suo passato recente e voltare pagina.

Basta prendere i libri di storia su cui studiano e crescono i ragazzi serbi per rendersi conto degli ostacoli che si frappongono a un genuino processo di riconciliazione fra i paesi della regione. Il Montenegro e la Republika Srpska in Bosnia-Erzegovina, ad esempio, nei testi delle scuole vengono descritti come stati serbi; per quanto riguarda l’assedio di Sarajevo, una delle pagine più vergognose della storia moderna dell’Europa, i serbi sarebbero stati vittima di crimini di guerra (mettendo implicitamente sullo stesso piano quelli subiti dalla comunità musulmana che è, quindi, corresponsabile); il genocidio di Srebrenica non sarebbe che uno dei tanti massacri commessi durante il conflitto, minimizzando l’abnormità del fatto. Fra i sei paesi dei Balcani occidentali la Serbia è senz’altro il più importante. La stabilizzazione dell’intera regione passa da Belgrado.

A Belgrado, però, il verbo nazionalista è la voce dominante del panorama politico e culturale. Per analogia geopolitica negli anni si è creato un asse diretto con Mosca. La dottrina del “Mondo Serbo” che coincide con le minoranze serbe che si trovano negli altri stati da riportare sotto un unico tetto fa il paio con quella del “Mondo Russo” che giustifica e sostiene l’invasione dell’Ucraina per difendere i russofoni del Donbass. La Serbia, però, ha fatto domanda di ingresso nell’Ue; i negoziati di adesione con Bruxelles sono in fase avanzata.

Da anni Belgrado usufruisce di ingenti finanziamenti europei che hanno contribuito in modo decisivo alla modernizzazione dell’economia creando lavoro e benessere. L’Ue è di gran lunga il partner commerciale più importante della Serbia. Nonostante questo secondo i sondaggi la maggioranza della popolazione è contro l’adesione all’Ue. Per i serbi Vladimir Putin è il migliore amico del paese con Russia e Cina ritenute, malgrado i dati dimostrino il contrario, come principali donatori. La propaganda nazionalista ha fatto terra bruciata. La diplomazia di Bruxelles, tuttavia, prosegue imperterrita il suo corso nella convinzione che alla fine sarà l’opzione europea a prevalere. La Serbia è l’unico paese dei Balcani che non ha adottato le sanzioni dell’Unione contro la Russia. L’allineamento con la politica estera comune è un requisito indispensabile per entrare in Europa ma il governo di Belgrado resiste rifiutando di rompere l’alleanza con Mosca. Lo scorso novembre il Parlamento europeo ha chiesto la sospensione dei fondi europei alla Serbia nel caso questa non si adegui ma la diplomazia di Bruxelles tentenna paralizzata dal timore che si apra un nuovo fronte nei Balcani oltre a quello ucraino.

Il presidente serbo Aleksandar Vucic continua, così, il doppio gioco forte della convinzione di possedere le chiavi della stabilità dei Balcani. Un assaggio di quello che potrebbe accadere si sta registrando in questi giorni nella parte settentrionale del Kosovo dove la minoranza serba ha eretto barricate contro il governo di Pristina minacciando l’escalation violenta della situazione. “La politica europea di compiacimento della Serbia come paese centrale dei Balcani, cruciale per la stabilità della regione, dovrebbe essere abbandonata” mi dice da Belgrado Sonja Biserko, storica militante per i diritti umani, “quella politica non solo non ha avuto successo ma, al contrario, ha permesso alla Serbia di rimandare e manovrare costantemente a spese dei Paesi vicini nei confronti dei quali Belgrado vanta pretese”. Difficile darle torto. 

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