L’avvocata: donne vittime registrate tutto, non accettate controlli

«Registrate, conservate tutto quello che può costituire una prova. Al momento della denuncia è di fondamentale importanza». Chiara Baiocchi, avvocata riminese, oltre che membro e referente legale dell’associazione italiana “Movimento contro ogni violenza sulle donne”, prende a riferimento il drammatico assassinio di Sonia Di Maggio per ricordare alle donne che subiscono violenza quanto sia importante denunciare. «La violenza, però, non è solo quella fisica – rammenta l’avvocata – ma è anche quella psicologica o quella economica. Sono forme striscianti, meno appariscenti, ma ugualmente pericolose». E le minacce, come quelle che in base alle ricostruzioni degli inquirenti Sonia riceveva dal suo assassino, «non devono essere fatte passare “lisce”».

Avvocata, quando si può parlare di minacce o violenze?

«A mio avviso, già dal momento in cui lui inizia a dirti: “Perché non sei a casa?”, “dove sei finita?” e poi “mi fai vedere il tuo cellulare?”. Anche se non contengono la “promessa” di un’azione punitiva nei confronti della vittima, sono parole che esprimono una forma di controllo sulla donna. E’ come dire “io sono il tuo padrone, e tu non ti sei rapportata a me nel tuo quotidiano”. Frasi che spesso proseguono nel pretendere di controllare il cellulare, che è anche una violazione della privacy, o nel dire “adesso ti chiudo in casa, ti porto via la macchina, così vedrai che non ti muovi più”. Situazioni che sembra possano capitare solo a donne che non lavorano o che vivono in contesti più poveri o più disagiati, invece non è così. Si verificano in tutti i contesti sociali».

In base alla sua esperienza, ci sono profili di uomini che più spesso hanno questi comportamenti?

«Spesso sono uomini narcisisti. Persone molto egocentriche, che tendono a far sì che la vittima sviluppi una forte dipendenza nei loro confronti. Vogliono stare al centro del mondo della donna, che si trova a venire repressa e limitata nelle sue libertà. Infatti, altri comportamenti minacciosi, sono quelli che normalmente rientrano nello stalking. Quindi seguire una persona, chiamarla dal numero privato, farsi trovare fuori dalla porta del bar quando va a fare l’aperitivo con le amiche o fuori dalla parrucchiera. O anche lasciare bigliettini sulla macchina. Comportamenti all’apparenza innocui ma che in realtà nascondono il desiderio di esercitare un controllo. Io credo che Sonia si fosse resa conto che c’erano comportamenti che non andavano in quello che allora era stato il suo ragazzo e che avesse cercato di mettersi al riparo, anche trasferendosi in un minuscolo paesino della Puglia. Ma qualcosa non deve avere funzionato. A partire dai controlli sugli spostamenti per il Covid. Forse, proprio per via delle restrizioni, Sonia si sentiva più tranquilla, invece non era così».

Sonia non aveva mai denunciato. Cosa dovrebbe fare una donna, però, per sentirsi più sicura al momento della denuncia?

«Innanzitutto farsi accompagnare da qualcuno. Una psicologa, l’avvocata, o anche semplicemente un’amica. Le conferisce automaticamente più credibilità. E poi fornire elementi probatori: foto, registrazioni, messaggi. Cose che possano provare che quanto si denuncia è accaduto davvero. In seguito, poi, tramite gli avvocati si possono avviare le indagini attraverso gli investigatori privati. Le donne non devono sentirsi sole, anche perché lo Stato, nel 2020, ha speso tra i 4 e i 7 milioni di euro per la sensibilizzazione delle forze di polizia e degli assistenti sociali sul tema della violenza di genere».

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