L'avventura di giocare in Serie D: c'è qualcosa di grande tra di noi

Archivio

È iniziata la Serie D, è già finita la Serie D. Per la prima volta in carriera e anche nella carriera di tutti i miei amici e compagni di squadra, ci siamo iscritti a un campionato a squadre di Padel targato FIT. Questo ha significato per tutti noi metterci in testa di giocare sul serio: niente punti de oro (un modo molto fashion per chiamare il terribile punto secco sul 40-40), niente set corti ai quattro e niente tie-break lunghi al posto del terzo set. Si gioca una partita per intero e i circoli si affrontano secondo uno schema simil Coppa Davis. Prima il doppio femminile, poi un doppio maschile e poi ancora un doppio maschile.

Cominciamo in trasferta, 40 chilometri lontano e già da tutta la settimana la chat di whatsapp frigge perché il capitano, - che è anche un giocatore - deve diramare le convocazioni. Scrive un messaggio formale a tutti, e poi in privato mi dice in trasferta ci andiamo noi così dopo aperitivo.  E in effetti ci andiamo noi, i quattro che giocano più spesso insieme con due fanciulle che se la cavano davvero bene. Vinciamo 2 a 1, poi vinciamo anche la seconda partita sempre 2-1 e pure la terza 2-1 con un primo accenno di tifo e torcida casalinga che nel match decisivo (che gioco, e vinco 6-2 6-1 contro due signori piuttosto inesperti) mi fa sentire come Panatta e Bertolucci in Cile nel 1976. 

Siamo incredibilmente passati, e non ci credeva nessuno: nel nostro circolo ci sono due squadre e noi siamo gli ultimi arrivati, quelli che vicino al nome hanno la lettera “B”. Siete simpatici, un bel gruppo, state migliorando. Pacche sulle spalle ma nessuno ci credeva eppure. Eppure il Padel ci ha insegnato ancora una volta che nello sport conta il fiato, contano i muscoli, conta il polso ma conta anche lo spirito. Avevamo una voglia matta di giocare e di farlo insieme, ci siamo sempre sostenuti e abbiamo agito secondo il principio secondo cui tutti i componenti della rosa avrebbero dovuto giocare lo stesso numero di partite. 

È stata una favola? Sì, fino al primo match ad eliminazione diretta. Perso in casa, musi lunghi, il becco come lo chiamiamo tra di noi. Ho giocato? Sì, ho perso il match decisivo e poi ho detto la magica frase che risuona tra tutte le pareti d’Italia. 

«Eh sì, però il mio compagno…se giocavamo io e te la portavamo a casa». 

Insomma, viva la Serie D, è già finita la Serie D. 

Newsletter

Iscriviti e ricevi le notizie del giorno prima di chiunque altro Clicca qui