L’arte contemporanea vista in chiave green nell’archivio museo

Raccogliere permanentemente opere d’arte di fotografi, pittori, scultori, artisti multimediali che parlano di sostenibilità. È questo l’obiettivo degli “Archivi sostenibili” del San Marino Green Festival, che oggi trovano sede nella Casa del Castello di Borgo Maggiore. L’idea è partita al patron dell’evento, Gabriele Geminiani, per cercare di parlare di mondo green partendo dalla creatività di ognuno, e sviluppando una rete di artisti in grado di declinare al meglio il concetto di sostenibilità. L’iniziativa è curata da Annamaria Bernucci, storica e critica d’arte. «Il progetto degli Archivi sostenibili rappresenta una sfida e un invito a ragionare sulle frontiere attuali e partecipate dell’arte», spiega Bernucci, secondo la quale vuole essere anche «un pronunciamento a difesa dell’ambiente, una ‘denuncia’ con gli strumenti delle arti visive verso il conflittuale rapporto dell’uomo con la natura e il cattivo uso delle risorse».

Ma nella storia dell’arte è possibile parlare di sostenibilità? La critica risponde così: «L’arte ha avuto il privilegio di affacciarsi per prima a raccontare gli aspetti naturali, dalle pitture e le incisioni rupestri agli affreschi e alle decorazioni delle grandi civiltà greco-romane fino ai paesaggi dell’epoca romantica per arrivare ad essere tema principale nell’arte impressionista. Nell’arte contemporanea il binomio arte e natura sembra a volte invertirsi, specie quando alla natura si attribuisce la prerogativa di avvalersi della propria forma, senza essere ‘tradotta’ o rappresentata». Secondo Bernucci, «l’arte oggi è capace di interpretare i dissidi, le contraddizioni, le violazioni sulla realtà del pianeta, più di ogni altra epoca passata. Entra in gioco l’arte ambientale come processo artistico in cui l’artista si misura direttamente con l’ambiente, nella sua dimensione ecologica, ma anche sociale e politica. L’arte è stata interpretata lungamente come mimesis, ovvero imitazione della realtà. Poi ad un certo punto (nel Novecento) si interrompe questa relazione di pensiero e di rapporti». E, in questo momento, prosegue la storica dell’arte, «l’oggetto reale entra in scena, irrompe e si sfaldano i principi della rappresentazione della realtà. Ci sono stati passaggi e cambiamenti apripista avuti nel secolo scorso, a partire dal coinvolgimento dello spazio reale nell’opera progettata dagli artisti, già dagli anni Cinquanta, che ha interessato quasi tutte le correnti, dal Neo Dadaismo, all’Arte Povera all’Arte Concettuale. Dalla Land Art che si avvaleva di interventi o modificazioni sull’ambiente come la celebre Spiral Jetty di Robert Smithson alla passerella di plastica arancione sul Lago di Iseo di Christo realizzata nel 2016 (la Floating pears) che ha totalizzato chilometri di code di visitatori, alla Assemblage and Recycled Art che propone opere con materiali trovati artificiali e naturali: è il trionfo dell’immenso potenziale della plastica, ad esempio, e dell’arte del riciclo, una maniera per combattere la cultura consumistica che sta piegando la nostra società a scenari apocalittici; poi è la volta delle esperienze della Street Art, oggi orientata su una impronta più ecologica come la Moss art: vengono sostituite le classiche bombolette spray, a volte non riciclabili o tossiche, con muschio e un mix di ingredienti naturali per applicare colori e scritte sui muri». Cosa è possibile trovare negli archivi sostenibili di San Marino? Dai progetti audiovisivi dello spagnolo José-Joaquin Beeme, promotore della Fundacion del Garabato, alle divagazioni neo pop intrise di controcultura del grafico e illustratore Perry Colante alias Andrea Zonzini, dall’arte etica che si avvale di un’estetica del riciclaggio, a indumenti indossabili della romana Annamaria Scocozza. Ma ci sono anche i raccoglitori-collezionisti di cose perdute, con i giocattoli ‘dimenticati’ di Marco Genzanella e le sculture e i disegni di Giovanni Giulianelli. Non mancano le immagini fotografiche dell’Amazzonia della reporter Elisabetta Zavoli, quelle dei paesaggi rinaturalizzati, dei litorali e degli spiaggiamenti dopo le burrasche di Sandro Cristallini, le vedute del Delta del Po di Giorgio Busignani, l’immagine riciclata presa dai media di Piero Delucca e le sperimentazioni di Maria Pia Campagna. «Tra le ultime opere pervenute, il Totem di Leonardo Blanco – prosegue Bernucci – appartiene alla sua installazione intitolata ‘Sciami’ che utilizza legni di reimpiego sottoposti ad una azione estetica; dal loro interno, come accade negli alberi cavi, scaturiscono forme aggettanti di materia metallica, come sciami di insetti dal cuore di un favo segreto. Il cartone alveolare di cui è costituito l’interno dei legni prefigura una nota ecologica, ricordando le cellette degli alveari e l’allarmante estinzione delle api, minacciate da pesticidi e dalla distruzione degli habitat naturali e dai cambiamenti climatici».

Quale indirizzo museografico si vorrà dare agli archivi sostenibili? «Opzionando su questo primo gruppo di artisti in un confronto che può trasformarsi laboratoriale e può connettersi con azioni didattiche, coltivando l’idea di una ‘officina’ che andrà a comporre una mostra in divenire, alternando le presenze e le opere in sede – aggiunge la curatrice degli archivi – Per ora si parte con una attenzione ad artisti operanti nel territorio, ma non cerchiamo solo operatori a km 0. Sarebbe mio auspicio far intervenire presto, ad esempio, Adreco, un artista ingegnere che ha saputo leggere i grandi temi ecologici contemporanei partendo da una consapevolezza scientifica; attivista attento è un ambientalista con una particolare declinazione antropologica. Ama gli spazi pubblici e abile connettore di media e linguaggi differenti. Attorno agli Archivi potrebbero inoltre ruotare soggetti culturali e creativi orientati ad una riconversione climate project. Ma soprattutto sarebbe in questo momento utile capire come leggere gli eventi contemporanei, sfruttando i fenomeni artistici come speciali ‘lenti per l’analisi delle crisi ecologiche e climatiche globali’ e capire come persino la pandemia attuale sia un paradigma di una civiltà ormai fallace».

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