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“L’aria della pittura” di Vincenzo Cecchini a Cattolica

Il pittore Vincenzo Cecchini non demorde, ad onta degli anni che passano, posto che la vecchiaia sia una stagione della vita, una condizione del vivente che è lì per chiunque la raggiunga. E di primavere Cecchini ne ha da poco compiute 88. Una stagione, questa, però, che per l’artista non rappresenta, o lo rappresenta solo in parte, il mondo del passato. La pittura è come il respiro, per lui, un atto esistenziale e presente.

Sferzante nella battuta e nella ironia, attivissimo, autentico battistrada nella sfera della visione, Cecchini si propone ancora una volta in una mostra che è sintesi di una vita di ricerca, un traguardo che ha voluto intitolare L’aria della pittura (alla Galleria Comunale Santa Croce nella natia Cattolica, sino all’8 gennaio 2023) composta da opere recenti, pretesto nuovo per inseguire le tracce dei suoi attuali percorsi operativi.

Cecchini ha condiviso, dagli anni Settanta del secolo scorso, uno degli aspetti ancora perseguibili del futuro della pittura, quello dell’aniconicità, nella continuità con l’astrattismo storico, nelle riflessioni analitiche fiorite proprio in quel decennio, nel confronto che di lì a poco avrà con le direttrici postmoderne: dalla definizione di una nuova costruttività, alla ridefinizione dei valori gestuali della pittura, dalla scelta radicale del monocromo, alle fluidità emotive del colore. Erano, quelli, anche anni intrisi di malessere, dopo le ingorde esplosioni degli anni Sessanta che avevano avuto protagonisti fenomeni come la Pop Art, mentre si faceva strada una impellente disintossicazione degli eccessi nelle espressioni artistiche, divenute più anemiche e contemplative, caricandosi di un diverso rigore intellettuale indirizzato verso il grado zero della pittura. Insomma si viveva una corsa alla de-estetizzazione dell’opera artistica, all’insegna di un profondo pudore nella non referenzialità, nel non oggettuale, come indicava Filiberto Menna, guru della linea analitica della pittura. Bisognava uscire dall’abbondanza di allusioni emozionali e dal culto dell’ego. Si operava attraverso la sottrazione del reale, del non rappresentato, per scoprire invece una diversa visibilità.

Era il 1998 quando Simonetta Nicolini, nel riepilogare le ricerche artistiche a Rimini nel secondo Novecento, in quella partita tra figurazione e astrazione (dopo i celebri concorsi Morgan’s Paint del dopoguerra che avevano vivacizzato l’atmosfera della città tra il 1956 e il 1963) aveva visto Cecchini come una meteora che attraversava il contesto riminese. Contesto dal quale egli si era velocemente allontanato per altre esperienze, per Roma e Milano. E benché vivesse a Cattolica, già alla fine degli anni Cinquanta Cecchini aveva partecipato a mostre di tendenza, come Arte astratta a Ostenda (1958) e alla Mostra di Numero a Genova: insomma tutto gli stava (allora) stretto e già a quel tempo si distingueva per il suo aggiornamento sull’astrattismo, per l’azzeramento di qualsiasi forma iconica, lasciando spazio all’indagine sul rapporto tra segno, superficie e natura specifica dei materiali.

Cecchini usa una sintassi pittorica che non si fa facilmente imprigionare negli schemi di formalismi. Una pittura ritmata da segni aperti e gestuali e dal colore che è temperatura e condizione primaria. Ancora oggi, la superficie dei suoi quadri diventa il sipario del colore, monocromi fondati sul trasalire dei pigmenti come particelle di energia cromatica, già presenti nelle sue ricerche degli anni Ottanta, sulla cui intuizione Cecchini ha continuato a dipingere.

Le immagini che scaturiscono oggi sono formulate su elementi essenziali, come finestre che si aprono e che si qualificano come spazio mentale in cui far camminare lo sguardo, perciò in grado di attivare flussi di conoscenza. Fragore e silenzio, riduzione e moltiplicazione. Le composizioni sono scandite in dittici, trittici, ritmate da perimetri tracciati su strategie monocrome che dilatano lo spazio che diviene spazio da esperire. Orli e contorni che fremono nelle limitazioni dei tracciati e che nell’agglutinarsi più corposo della trama della juta o della tela che compone il fondo paiono esplodere. La pittura acquista ritmo, con fuoriuscite dal reale, apparizioni illusorie. Come se colore e struttura si scambiassero il proprio segreto.

Cecchini è anche poeta. Ciò che esce dai suoi versi possiede la stessa sintesi umorale che fuoriesce dalla manipolazione della sua materia pittorica, polveri e e grafite, colle, frammenti fotografici ingranditi, o dalla rifrangenza degli acetati trasparenti che evocano le modalità delle vecchie plastiche eseguite negli anni Ottanta in un ritorno quasi alchemico. La natura estrosa di Cecchini e la sua irrequietezza, pronta tuttavia a guadare ostacoli e sconfitte nella ricerca della “bellezza”, trova un controcanto nella poesia dialettale con cui da anni si esprime.

Accanto al dipingere, la poesia, altrettanto asciutta e assoluta, come solo la lingua madre gli consente, “lingua di confine” che “scolpisce l’aria”, con schiettezza, traccia una mappa esistenziale, fatta di magoni e stupori, costruita da elementi minimi che suscitano, a seconda, un sorriso tirato o un sorriso sognante.

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