L’anticoncezionale nel polmone: “Per mia figlia 2 anni d’inferno”

È una mamma che da due anni sta vedendo la figlia 20enne vittima di un bastoncino di 4 centimetri. Un farmaco – per la precisione un contraccettivo sottocutaneo che ha nome “Nexoplanon” – che si sarebbe dovuto trovare sotto il braccio e che invece ha viaggiato per il suo corpo, andando a depositari nel polmone destro. L’anno scorso la ragazza ha denunciato la Domus Nova e il medico che le ha fatto l’operazione alla Procura della Repubblica Ora il caso si trova davanti a un giudice. Nel frattempo che dalla giustizia arrivi una risposta sulla presunta colpa medica, la madre qualche giorno fa ha deciso di lanciare un appello su Facebook, per aiutare le ragazze che dovessero essersi impiantate il Nexplanon a farsi controllare.

Molte altre persone avrebbero scelto il silenzio, lei invece ha deciso di mettere in atto una sorta di campagna di sensibilizzazione su quanto accaduto a sua figlia, per quale motivo?

«Noi donne abbiamo tra gli altri carichi – e ci sarebbe da discutere sul perché noi e non l’uomo, ma non mi sembra questa la sede – quello di assumere contromisure per poter avere una vita sessuale senza concepimento. Ma, guardando mia figlia, mi chiedo: sono questi i rischi? E se sì, perché nessuno ce li ha mai detti? Non sono qui per demonizzare questo farmaco, ma per il desiderio di informare le ragazze e le donne, nella speranza che condividere quanto accaduto nella mia famiglia possa aiutare altre a tenersi controllate».

Sua figlia aveva impiantato quel contraccettivo nel 2017, poi cosa è accaduto?

«Dopo poco più di un paio d’anni ha iniziato ad avere una serie di problemi e ha deciso di andare dal medico, convinta di voler togliere il farmaco prima della sua scadenza, prevista al terzo anno».

In quel momento avete scoperto che Nexplanon era come scomparso?

«Nessuno riusciva a capire dove potesse essere finito. Danno inizio a una serie di esami accurati su tutto il corpo di mia figlia, fino a quando eccolo spuntare nel polmone. A quel punto, spaventate, decidiamo di rivolgersi al Sant’Orsola di Bologna, dove la ricoverano per cinque giorni».

L’esito?

«Tanto semplice quanto drammatico: l’unico modo per togliere quel bacchetto di quattro centimetri e spesso un millimetro sarebbe asportare un pezzo del lobo polmonare».

E in alternativa?

«Tenerlo per tutta la vita, senza sapere con esattezza a quali problemi potrà andare incontro, anche perché dall’ultima visita fatta il medicinale sta continuando a fare il suo effetto. E mia figlia, se domani desiderasse rimanere incinta, non potrebbe».

Quando sono arrivati questi risultati, come ha reagito sua figlia?

«Ha avuto un tracollo molto pesante. Ha dovuto affrontare un percorso psicologico intenso e, nonostante oggi sia più serena, affronta la quotidianità con angoscia. Basta un colpo di tosse per farla preoccupare».

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