Jeff Beck e Johnny Depp, la strana coppia che conquista

Rhonda Smith al basso, Anika Nilles alla batteria e Robert Adam Stevenson alle tastiere: una band essenziale ma potente e raffinata accompagna Jeff Beck sul palco dell’Arena della Regina di Cattolica per la quarta data del suo tour italiano. È solo quando sale sul palco: gilet di pelle smanicato, occhiali scuri e Stratocaster bianca. I fan di Johnny Depp – molti anche qui in riviera quelli accorsi con la speranza di un incontro ravvicinato col chiacchierato divo di Hollywood in cerca di rivalsa dopo le note vicende familiari – dovranno aspettare ancora un po’ prima che entri in scena. Accadrà a metà concerto, con “Rumble”, di Link Wray, anno 1958, unica canzone strumentale mai censurata per i suoni. Nel frattempo solo un po’ di grida e qualche corsa in cerca di uno scatto rubato quando la star arriva nel backstage su un forgone nero.


La prima parte del concerto, però, è tutta riservata alle dita agili di Beck, questo 78enne inglese dalle braccia tornite e dalla chioma fluente, lo stesso di cui Slash dei Guns N’ Roses disse: «Può imbracciare una chitarra scordata e col manico storto, e farla suonare meravigliosamente bene».


E difatti, in un tripudio di note elettriche, esplodono i riff: si parte con “Star cycle” del 1980 e si prosegue con la cover della Mahavishnu Orchestra “You know you know” (1971) in cui il basso portentoso di Smith si esalta e la batteria di Nilles non è da meno.


Poi tocca all’omaggio a Billy Cobham, una strabiliante “Stratus” che Beck con i suoi show ha reso ancora più celebre: basso e batteria all’unisono la rendono un gioiello sonoro; la chitarra tremula dell’artista inglese suona sia il tema che i fiati.


Con “Midnight walker” si esplora il nuovissimo album “18”, quello firmato a quattro mani con Johnny Depp e chiamato così per lo spirito giovanile e la creatività che i due hanno scoperto registrando insieme. Del resto Depp nasce musicista, e dal 2015 suona con gli Hollywood Vampires insieme a Alice Cooper e Joe Perry degli Aerosmith.


Intanto sul palco, dopo una intensa “Big block”, ecco i Beach Boys di “Caroline, no”, fino alla splendida “Brush with the blues” del 1999: qui il blues diventa davvero una cosa seria. Il pubblico scandisce il tempo lento con le mani. E se qualcuno avesse ancora dei dubbi, “You never know” (1980) è una perfetta dimostrazione di immensa classe e virtuosismo.


Al decimo inning entra Johnny Depp ed è accolto da ovazioni degne di un red carpet: un pirata in camiciotto, smanicato, cappello zigano e fascino da distribuire in abbondanza. Prima “Rumble”, ma subito dopo – imbracciando la sua dodici corde acustica formato Dreadnought e scuotendo al vento i capelli – Depp canta l’autobiografica (così si dice) “This is a song for Miss Hedy Lamarr”, sempre dal nuovo album. Gli omaggi non dimenticano John Lennon con “Isolation”, dove la voce di Depp, con Telecaster stavolta, si fa più potente, a cui fa seguito “Time”. Ma è in “Venus in furs” dei Velvet Underground, mistica, cupa, che spicca il groove sinergico dei due artisti.


Ci si avvia verso un finale che scatenerà applausi ed emozioni unendo i due pubblici presenti (divisi per età e aspettative) sotto l’egida della buona musica: “Little wing” di Jimy Hendrix (considerata da Rolling Stone tra le canzoni più belle di sempre) lascia a Depp la possibilità di usare una voce bassa ma educata e senza dubbio ricca di sensualità, che ben si accompagna alle corde tirate dell’amico chitarrista.


L’ultima parte del concerto è riservata a una memorabile versione strumentale della beatlesiana “A day in the life”, un giorno nella vita: proprio come quello che Beck e Depp ci hanno regalato. E mentre Beck riprende l’arena col suo cellulare, arriva il bis con il post punk tribale dei Killing Joke di “The death and resurrection show”. Il pubblico si alza, rompe gli argini, è sotto il palco. Morte e resurrezione in poco più di un’ora, potere della musica.

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