Ivo Gigli

RIMINI. Amante dell’arte e della cultura in tutte le sue forme, il riminese Ivo Gigli (classe 1929), poeta, collaboratore del Corriere Romagna, pittore autodidatta, compone versi dal lontano 1947.
Le sue poesie, uscite in numerosi libri pubblicati a partire dagli anni Sessanta – dopo aver anche trovato spazio tra le pagine di diversi periodici locali e riviste tra cui “La rosa”, diretta da Antonio Zavoli, e l’avanguardista “La chimera” – nascono dall’esigenza di liberare idee, sentimenti ed emozioni, e darvi un preciso ordine grazie alla profonda «conoscenza della musicalità che – afferma Gigli – è l’asse portante di ogni componimento poetico, scaturito come lampo improvviso e scritto di getto, o frutto di un lungo lavoro di rielaborazione».
Il bisogno di comunicare la propria interiorità anima anche gli scritti presenti in “Noi che siamo cosmici. E altre poesie” (Raffaelli Editore, Rimini, 2019, pp. 48, euro 12), raccolta che raggruppa i versi scritti negli ultimi tre anni, in cui Gigli manifesta la preziosa capacità di creare una suggestiva comunanza di intenti tra la tecnica – fatta di ritmo, musicalità e certosino controllo delle figure retoriche – e la passione, molla creativa di ogni testo lirico.
Le poesie raccolte nel libro edito da Raffaelli seguono ancora una volta i due filoni che da sempre caratterizzano l’opera del poeta romagnolo: da un lato quello satirico, vicino a una graffiante critica sociale, capace di ironizzare e puntare il dito sui tanti aspetti del vivere umano, sulle dicotomie che caratterizzano la società in cui ci muoviamo; dall’altro quello che vede nel fare poetico uno strumento per riflettere sui misteri dell’esistenza, fatta di domande cui ontologicamente l’uomo cerca invano di dare risposta e di quesiti che oltrepassano il confine della cosalità terrena per perdersi in una dimensione misteriosa e impalpabile («Mi hai chiesto / se noi siamo / nel finito / o nell’infinito. / […] Ti voglio solo dire / che se uno solo lo sapesse / sarebbe Dio, / ma da quando / ha traslocato / s’è perso l’indirizzo»).
Ecco allora alternarsi, in una danza di apparenti contrasti, poesie incentrate sulle criticità del presente e componimenti tesi invece a un orizzonte più ampio, aperto a sondare il mistero della vita: dal tema della globalizzazione e dell’ansia per il futuro («chi s’incazza chi dice / si stava meglio prima / chi predice nero il futuro / chi si deprime») alla feroce critica nei confronti della violenza che permea il nostro quotidiano («digrigniamo i missili ancora / di sangue sporchiamo le dee / di Potere alziamo le forche / per la femmina ancora scanniamo / lo zoccolo duro / non muta»), per arrivare a riflettere sul tema della fede («la fede sarà solo una benda / di finissimo lino / che cela / un inestricabile mistero»), della morte («prima o poi / entrerà nel segreto / ma nessuno saprà mai / se lo svelerà”) e dell’esistenza umana (“in un mondo /[…] è solo un minuto granello / di polvere / sparso in una grande nube / d’altra polvere»).
Nonostante l’ineluttabile presa di coscienza di tutta la limitatezza dell’uomo – così lontano dall’insondabile e al tempo stesso così incessantemente teso a squarciare il velo dell’apparenza per scoprire l’ignoto – Gigli dimostra di provare un affetto sincero e vibrante per l’essere umano, «questa razza così strana / così civilizzata / e così perversa / noi, il peggior nemico / di noi stessi / e la nostra migliore speranza». Ed è proprio l’empatia verso il proprio simile, la sua capacità di comprendere l’animo umano, che rende possibile al poeta – che «convive con la vita / con la malinconia al guinzaglio» e che non dimentica mai la sua Rimini («oltre il ponte di Tiberio / oltre le Celle / oltre Cesena») e i luoghi del cuore – l’improvvisa ed epifanica percezione di ciò che si cela al di là del visibile, nel regno del mistero, per scoprire quanta grandezza ci sia in ogni più piccolo elemento che caratterizza la nostra esistenza: perché, come afferma il poeta, «se scoverai l’Assoluto / in un granello di sabbia / o un folle sei / o scostando stai / millimetricamente / la Porta».
Alla fine, al lettore non resta che concordare con Gigli quando sostiene che «l’unica Verità che la vita regala, giorno dopo giorno, è il non sapere, la certezza di quel grande incommensurabile mistero che accomuna l’esistenza di ogni uomo».

Argomenti:

POESIA

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