In moto lungo la Valmarecchia: 70 km di curve da Rimini alle sorgenti

Itinerari
  • 23 gennaio 2026

Dalle prime curve sopra Rimini fino alle sorgenti del fiume, la Valmarecchia si rivela come un viaggio continuo tra storia, paesaggi e strade secondarie. Castelli, borghi, crinali e parchi naturali accompagnano il motociclista lungo un itinerario che unisce il piacere della guida alla scoperta di un territorio unico, sospeso tra Romagna, Montefeltro e Toscana.
Subito fuori città, oltrepassato all’altezza di Covignano il serpente di lamiera della Nuova Circonvallazione, la via Santa Cristina proietta, con il suo andamento sinuoso, nella bellezza del territorio riminese. Superati i Casetti, non occorre molto per iniziare ad affrontare le prime curve della collina, che ancora qualche riminese continua a chiamare al costi ad Sgrigna. Via Santa Cristina è un vero eden per ogni motociclista, con i suoi tornanti e i continui saliscendi che, in breve, superata San Paolo, conducono al cospetto del profilo del Monte del Titano e delle sue tre torri, pennacchi inconfondibili che ne disegnano la silhouette.

Sulla destra, poco oltre, si staglia la rocca di Verucchio, la fortezza da cui Malatesta il Centenario - o Mastin Vecchio, come lo ha reso immortale Dante - dominava l’antica strada che, da sempre, seguendo il corso del fiume che ha dato il nome alla stessa città di Rimini, ha collegato l’ultima propaggine della Pianura Padana alla Valtiberina, l’Adriatico al Tirreno. Un corso tanto breve - il Marecchia non supera la settantina di chilometri - quanto ricco di meraviglie storiche e naturalistiche. Magnifica testimonianza ne sono i grandi blocchi di calcare che, in un periodo remotissimo, scivolarono dal Tirreno fino a qui, galleggiando su un mare d’argilla e rendendo questo territorio unico al mondo.

Il profilo del Monte del Titano è solo il primo, provenendo dal mare, degli incontri che il viaggiatore può fare in sella alla propria moto, seguendo itinerari secondari e romantici per scoprire, risalendone il corso, un fiume di grande bellezza come il Marecchia, fino alle sorgenti che si perdono tra le falde del Monte Zucca.

Lasciato il fascino di Verucchio, del suo castello, del borgo e soprattutto dello straordinario Museo Archeologico, che con reperti unici al mondo rappresenta forse la testimonianza più alta della civiltà villanoviana, si scende per pochi chilometri sulla trafficata Marecchiese, giusto il tempo necessario prima di risalire, all’altezza di Pietracuta, verso San Leo e il suo forte. Qui l’ingegno del grande architetto e ingegnere senese Francesco di Giorgio Martini, chiamato da Federico da Montefeltro a ridisegnare la rocca per adeguarla alle nuove esigenze belliche, ha trasformato la fortezza in un gioiello inestimabile per storia e bellezza.

La strada che conduce al borgo si arrampica per quasi nove chilometri ed è una vera goduria per chi la percorre in moto, soprattutto nell’ultimo tratto quando, quasi sospesa sul fianco del monte, rende l’ingresso al paese carico di suggestione. Il Forte, maestoso e imponente, si affaccia a strapiombo dall’enorme sperone roccioso che ospita l’abitato e ha visto succedersi Romani, Bizantini, Goti, Franchi e Longobardi, che a lungo se ne contesero il dominio.

Capitale del Regno Italico attorno al 960, San Leo passò poi alla famiglia dei conti di Montecopiolo fino alla seconda metà del Trecento, quando la fortezza venne espugnata dai Malatesta, che si alternarono nel controllo del territorio con i Montefeltro sino alla metà del secolo successivo. Fu nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 1441 che Federico da Montefeltro, appena diciannovenne, “tolse San Leo e la Rocca, espugnati tramite una scalata terribile e a così tanta altezza che nessuno aveva mai avuto il coraggio di tentare”. Sarà lo stesso giovane duca a ricostruire il Forte così come oggi lo ammiriamo.

Ma la storia di San Leo non può che intrecciarsi con quella di San Leone, l’eremita dalmata compagno di San Marino, che evangelizzò la zona alla fine del III secolo fondando una comunità e dando il nome al luogo. Sull’originario sacrario edificato dallo stesso Leone sorse la Pieve romanica e, poco distante, nel VII secolo, venne innalzata la cattedrale nelle attuali forme romanico-lombarde, entrambe capolavori inestimabili.

Dall’alto di San Leo lo sguardo è libero di spaziare a 360 gradi, dalla visione del mare e di San Marino ai profili rupestri del Monte Aquilone e della rupe di Maioletto, sulla cui sommità resistono i resti del castello franato alla fine del Settecento durante un violento temporale, per colpa - narrano i maligni - di un ballo angelico in corso nel paese.

Curva dopo curva si scende verso Maiolo, per poi risalire dopo l’attraversamento del fiume lungo la strada che da Novafeltria conduce al borgo di Perticara, che per lungo tempo ha sostenuto la propria economia grazie a una miniera di zolfo, definitivamente chiusa negli anni Cinquanta. Una strada affascinante, resa ancor più attraente dagli ultimi tornanti della salita.

Da non dimenticare, con una breve deviazione, la possibilità di incontrare una delle installazioni meno note di Tonino Guerra, il grande poeta santarcangiolese che nella seconda parte della sua vita scelse di ritirarsi nell’intimità della valle, regalandole alcune delle sue opere più intense. Nascosto tra i boschi del Monte Aquilone, in località Sasso del Diavolo, si trova infatti il Parco dei Luoghi Minimi, dove animali giganteschi ed eterei, realizzati in fil di ferro, sembrano acquattarsi tra l’erba in un suggestivo gioco di vuoti e volumi.

È lungo una splendida strada di crinale, sospesa tra la valle del Marecchia e quella del Savio, che si raggiunge Sant’Agata Feltria. Anche qui lo splendido castello di Francesco di Giorgio Martini domina la valle con l’eleganza delle sue torri, mentre poco distante la suggestiva fontana ideata da Tonino Guerra, travestita da chiocciola, scende lungo una scalinata per arrotolarsi in un getto d’acqua dentro il proprio guscio. Da ricordare anche la celebre Sagra del Tartufo, che ogni anno, a fine ottobre, anima il borgo con un evento di straordinario richiamo.

Imboccando una stradina secondaria si sale rapidamente verso la sommità di Monte Benedetto e, dopo aver scollinato per tornare in Valmarecchia, si incontra il magico borgo di Petrella Guidi, tra i più affascinanti della valle. Della poderosa rocca rimane oggi soltanto la torre priva di copertura, risalente all’XI-XII secolo. Proprio di fronte appare Pennabilli, divenuta la seconda città natale di Tonino Guerra, che qui scelse di inseguire la propria arte lontano dal richiamo artificiale delle luci urbane. Non è un caso che proprio a Pennabilli si trovino alcune delle sue opere più importanti: l’Orto dei Frutti Dimenticati, la Strada delle Meridiane, il Rifugio delle Madonne Abbandonate, l’Angelo coi Baffi, il Santuario dei Pensieri, autentici messaggi d’amore alla Valmarecchia.

Lasciate le atmosfere incantate dell’Orto dei Frutti Dimenticati, il viaggio prosegue. All’orizzonte, irresistibile, compare il profilo di Villagrande e del Monte Carpegna, verso cui ci si dirige affrontando la bellezza del Passo della Cantoniera, che conduce fino a Carpegna. Appena superato il valico, ecco apparire lo spettacolo dei Sassi di San Simone e Simoncello, due enormi blocchi calcarei che, tra il Tortoniano e il Pliocene inferiore, circa 137 milioni di anni fa, giunsero fin qui scivolando lentamente durante quella che la geologia definisce la “Colata della Val Marecchia”.

Numerosi sono i blocchi calcarei che caratterizzano oggi la valle, dalle rupi di San Leo e San Marino al Monte Carpegna, fino ai profili di Verucchio, Pietracuta, Saiano, Torriana e Pennabilli. Attorno ai due “sassi” si estende un territorio unico di 4.791 ettari nel cuore del Montefeltro, tutelato grazie alla lungimiranza dell’uomo con l’istituzione, nel 1996, del Parco Interregionale del Sasso Simone e Simoncello.

Diversi sono gli accessi per entrare nel cuore del parco e scoprirlo rigorosamente a piedi. In alternativa alla Cantoniera, l’itinerario che parte da Ca’ Barboni è forse il più suggestivo. Vi si giunge lasciata Carpegna e superato Miratoio, dopo una ventina di chilometri lungo la SP84. Lasciata la moto, un’ora circa di cammino, impegnativo ma gratificante, conduce ai piedi del Sasso Simone e a ciò che resta della “Città del Sole”, uno dei sogni infranti di Cosimo I de’ Medici.

Nel Medioevo il Montefeltro era un importante crocevia di merci, persone e interessi politici. Novello Malatesta, signore di Cesena e fratello di Sigismondo, avviò la costruzione di una fortificazione sulla cima del Sasso Simone, progetto interrotto da alterne vicende e dalla perdita del territorio. Nel 1565 Cosimo I de’ Medici riprese l’idea, avviando ex novo la costruzione di una città-fortezza destinata a ospitare militari, civili e uffici pubblici. La “Città del Sole” ebbe vita breve, poco più di un secolo, prima di declinare a causa delle difficoltà climatiche e delle mutate condizioni politiche, fino alla sua completa scomparsa. Oggi restano solo pochi ruderi, sufficienti però a evocare la grandiosità e l’audacia dell’opera, mentre dalla sommità del masso si gode un panorama sorprendente e una potente sensazione di libertà.

Proseguendo da Ca’ Barboni lungo una minuscola e romantica strada secondaria, in breve si raggiunge Sestino e da qui, risalendo i tornanti del valico di Colcellalto, si rientra in Valmarecchia per giungere, seguendo il corso del Presale, a Badia Tedalda, tappa fondamentale della “giostra” motociclistica tosco-romagnola che culmina nel Passo di Viamaggio. In alternativa alla Marecchiese, è consigliabile deviare prima di Ponte Presale verso la cascata del Presalino, luogo magico soprattutto d’estate.

Si giunge così a Badia Tedalda, borgo di poco più di 1.200 abitanti, situato lungo un’antica via di passaggio percorsa per secoli da pellegrini, monaci e mercanti. Il paese è raccolto attorno alla chiesa di San Michele Arcangelo, che custodisce straordinarie opere di Giovanni Della Robbia e della bottega robbiana dei Buglioni. La chiesa nasce nel XIII secolo dalla fusione di due abbazie e prosperò grazie al ruolo strategico del borgo come crocevia commerciale. Dall’alto, il paesaggio dolce e ordinato invita alla calma e alla contemplazione, ricordando come la famiglia Della Robbia, attiva a Firenze nel XV secolo, abbia lasciato capolavori in terracotta policroma invetriata di valore inestimabile oggi diffusi in Toscana, Marche e Romagna.

Il corso del Marecchia non è lontano: basterebbe proseguire verso Rofelle per pochi chilometri per incontrarlo e, volendo, seguirne il tracciato verso Montebotolino e Fresciano fino a Pratieghi. Attenzione però: si tratta di strade bianche, da affrontare solo con moto adatte e adeguata esperienza di guida. Per tutti gli altri, l’arrivo a Pratieghi avviene lungo le splendide curve della Marecchiese in direzione del Passo di Viamaggio, una vera “disneyland” per motociclisti. Una sosta è d’obbligo, magari per un panino con la finocchiona al ristorante Il Sottobosco, prima di deviare alla Svolta del Podere e raggiungere Pratieghi.

È da qui che, lasciata la moto e imboccato un sentiero tra campi, siepi e calanchi, in circa un chilometro e mezzo si giunge, nel cuore di una faggeta, alle pendici del Monte Zucca e alla sorgente del fiume Marecchia. A pochi metri dal confine tosco-romagnolo, le coordinate 43°44’38” N e 12°05’07” E segnano simbolicamente la fine del viaggio lungo il fiume.

Emilio Salvatori | Cristina Zoli

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