In moto lungo il Metauro: itinerario nelle Marche dal mare all’Appennino

Itinerari
  • 22 dicembre 2025

E’ quasi accecante il bianco dei ciottoli che accompagnano il fiume nell’ultimo tratto della sua corsa verso il blu cangiante del mare. Una corsa iniziata un centinaio di chilometri più a monte, quando attorno a Borgo Pace, ai piedi dell’Alpe della Luna, il torrente Meta e il torrente Auro uniscono le proprie acque e i propri nomi in quello di “Metauro”.

È da qui che, scendendo verso il mare, il fiume assume il verde smeraldo come proprio colore, unico e meraviglioso. Non è solo però per la bellezza del fiume e dei paesaggi che attraversa che oggi ne risaliamo il corso. Sono tante le tracce che la storia ha lasciato lungo questa via fluviale, da sempre luogo di passaggio di genti ed eserciti che hanno segnato la storia del nostro Paese.

L’epica “Battaglia del Metauro”, ad esempio, quando le legioni romane riuscirono ad annientare l’esercito cartaginese di Asdrubale, il fratello di Annibale che dall’Africa stava scendendo la pianura italica alla conquista di Roma dopo aver attraversato mezza Europa. Ed è lungo questo fiume che corre la Flaminia, la consolare che attraverso il passo della Scheggia collegava Roma e l’Adriatico, via principale tra la capitale e il Nord dell’Impero, terminando proprio a Rimini davanti all’Arco d’Augusto che ne sanciva la fine, prima di riprendere la sua corsa verso nord prendendo il nome, altrettanto epico, di Via Emilia.

Rimini: è da qui che parte il nostro viaggio a ritroso, combattendo con la monotonia della statale fino a giungere, una cinquantina di chilometri dopo, alla foce, appena fuori la città di Fano. Centro piceno prima e importante insediamento romano poi, Fano deve il proprio nome al Tempio della Fortuna (Fanum Fortunae), eretto probabilmente proprio dopo la Battaglia del Metauro del 207 a.C. Prima di passare sotto il dominio del Papa ospitò Longobardi e Franchi, per arrivare poi, a metà del XIII secolo, sotto il dominio dei Malatesta fino al 1463.

A 60 chilometri dalla Rimini malatestiana e a 40 da Urbino montefeltresca, Fano non può che diventare protagonista contesa della lotta senza requie tra due dei più alti condottieri del nostro Rinascimento, che col proprio ardimento in guerra e il proprio amore per l’arte e la filosofia segnarono non solo la storia di questi luoghi tra Montefeltro e Valmarecchia, ma la storia stessa d’Italia. Sigismondo Pandolfo Malatesta e Federico da Montefeltro, l’Aquila e l’Elefante, in uno scontro frontale all’ultimo sangue a cui è legata la storia delle rocche, forti e castelli che ancora oggi rendono unico questo stupendo e affascinante territorio.

Su un ponte in stile “impero”, che da sempre attraversa il corso del fiume prima che si getti in mare, lasciamo alle nostre spalle il blu dell’Adriatico, scegliendo per la nostra risalita verso monte la sponda meridionale, lungo la strada provinciale 16 verso Cerasa. Abbandoniamo così il letto del fiume che fiancheggia a valle la statale 73 bis, una strada che sulle sue quattro anonime corsie di arteria a scorrimento veloce non ci permetterebbe di godere appieno dell’entroterra marchigiano.

Superata Piagge, già i primi campanili annunciano una serie di borghi cinti da mura e castelli, più o meno piccoli, più o meno abitati, ma tutti con un passato glorioso. Orciano, ad esempio, il paese dei cordai, posto sulla sommità di un’ampia collina tra la valle del Metauro e quella del Cesano, sembra dover le proprie origini ai cartaginesi scampati alla Battaglia del Metauro. La vista è fantastica e si allunga verso i borghi limitrofi, abbracciandoli in un unico grande panorama immobile nello spazio e nel tempo.

Già da lontano appare poi Mondavio, altro possedimento malatestiano che nel 1442 vide Sigismondo Malatesta varcarne le soglie a fianco della moglie Polissena Sforza, che portava in dote la città dalla possente rocca giunta a noi praticamente intatta, in tutta la sua magnificenza. Scendiamo e risaliamo attraverso colline luminose verso Fossombrone, ancora oggi protetta dall’alto dai bastioni della possente rocca malatestiana, con le sue corti che scendono verso il fiume: la Corte Alta, oggi sede del museo; la Corte Rossa, con il bel Palazzo Ducale; e la Corte Bassa che si stende lungo il Metauro, che placido scorre ai suoi piedi, tinto di verde smeraldo.

A poca distanza dalla città, ma sempre legato al fiume, vi è poi un luogo forse meno carico di storia ma altrettanto suggestivo per la bellezza della natura: in località San Lazzaro il fiume si è fatto largo tra il calcare rupestre, scavandolo come un canyon. Sono le Marmitte dei Giganti, dove giochi d’acqua, di luce e di ombra creano effetti di grande suggestione, ammirabili dal Ponte dei Saltarelli, là dove un tempo esisteva il ponte di Diocleziano, distrutto nella Seconda guerra mondiale.

È in questi luoghi, all’altezza di Calmazzo, che abbandoniamo il corso del Metauro per seguire quello di un suo affluente, il Candigliano. Non è quindi un vero e proprio tradimento quando imbocchiamo la strada che lo costeggia e che, resa sempre più stretta dalla parete del monte, s’insinua pian piano nella gola del Furlo e alla galleria fatta scavare nel 76 d.C. dall’imperatore Vespasiano e, ancora prima, dagli Etruschi.

Il Furlo è stato il passaggio obbligato da e per Roma fino a quando le strade a scorrimento veloce lo hanno definitivamente soppiantato, attraversando il monte in galleria e relegandolo a luogo di gita e di svago. Innamorato del luogo e del buon mangiare anche Benito Mussolini, mentre dalla Romagna scendeva verso Roma, era solito sostare alla “Trattoria del Furlo”, che ne preserva ancora oggi con orgoglio la memoria. In suo onore, nel 1936, i militi della forestale e gli scalpellini del posto si impegnarono per due anni a scolpire il profilo del Duce sul Monte Pietralata, un’opera che fu ben presto cancellata a colpi di cannone all’indomani del passaggio del fronte, nell’agosto del 1944.

Dopo la magia del Furlo, pochi chilometri ancora per giungere ad Acqualagna, capitale del tartufo bianco, che si nasconde proprio tra questi monti resi rossi dalla pietra corniola. È giunta l’ora di lasciare il Candigliano per riprendere, seguendo la SP43, il filo del viaggio e raggiungere il Metauro a Urbania per poi seguirlo sino alla sua sorgente.

Sarebbe però imperdonabile non dedicare la giusta attenzione a Urbino, perla del Rinascimento con i Montefeltro prima e i Della Rovere poi, nonché città natale di Raffaello Sanzio. Scrigno di bellezza, perla tra le perle, il Palazzo Ducale appare dalla fortezza del cardinale Albornoz in tutta la sua magnificenza, con i suoi “torricini” che ne fanno un esempio unico e splendido di quella stagione eccezionale che fu il nostro Rinascimento.

Voluto dal duca Federico da Montefeltro, uomo d’arme, d’ingegno e di cultura, il Palazzo custodisce oggi, nelle sale della Galleria Nazionale delle Marche, alcune delle testimonianze più alte e assolute della storia dell’arte. Piero della Francesca, ad esempio, ma anche l’opera di uno dei figli prediletti di queste terre, Raffaello Sanzio, che purtroppo scomparso nel pieno della sua produzione artistica fu forse il più grande artista dell’intera umanità.

Ma prima di Urbino è d’obbligo, magari fugacemente, una sosta a Fermignano per ammirare a bocca aperta lo spettacolo di una cascata imponente, sovrastata da un ponte d’origine romana che con tre arcate balza al di là del fiume e da una torre medievale, impegnata da tempo immemorabile nel triplice ruolo di controllo del guado sul Metauro, stazione di pedaggio e difesa cittadina. Si lascia così il paese natale del Bramante per raggiungere a poca distanza Urbino e poi, proseguendo, lasciarsi catturare dalla Strada delle Capute (SS 73 bis), che dalla capitale montefeltresca porta, in 17 chilometri di rara bellezza, a Urbania.

È come immergersi in un dipinto di Piero della Francesca: dolci curve tra colline coltivate fin sulla sommità, che alternano il verde intenso dei boschi al marrone bruciato dei campi appena arati, punteggiati qua e là da medievali cascine di pietra. Da Urbania, celeberrima per la produzione di maioliche, le “durantine”, inizia l’ultimo tratto del viaggio.

Urbania, o Casteldurante come era chiamata fino al 1600, è un borgo legato a doppio filo alle vicende dei Montefeltro e dei Della Rovere, che qui soggiornarono spesso, specie nel vicino casino di caccia del Barco. È un borgo incantevole, circondato dal Metauro che qui scorre placido riflettendo nelle sue acque verdi l’imponente Palazzo Ducale.

Riprendiamo ora la SS 73 bis verso Sant’Angelo in Vado, uno dei borghi più antichi e meglio conservati della provincia di Pesaro e Urbino, meta ogni anno di motociclisti che nei primi giorni dell’autunno partecipano al grande motoraduno, giunto quest’anno alla 47ª edizione, dal nome evocativo e programmatico di “Motoraduno Internazionale del Tartufo”.

Si riparte, senza dimenticare una visita, seppur fugace, alla Cascata del Sasso poco fuori città, dove da un’altezza di dieci metri le acque del Metauro si gettano sugli strati scoscesi di calcare marnoso, dando luogo a una cascata che, con un fronte di 60 metri e un’altezza complessiva di 15, viene considerata tra le dieci più grandi d’Italia.

Dopo una giornata passata ad affrontare curve e tornanti dalle azzurre acque dell’Adriatico alle valli del Montefeltro, è dunque giunta la fine del viaggio – o l’inizio di un’avventura che si ripete immutata nel tempo, come la discesa calma o impetuosa di un fiume verso il suo approdo naturale.

Siamo a Borgo Pace e, parcheggiata la moto nella piazza del paese, è giunto il momento di seguire lo stradino che scende nel bosco per il saluto dovuto. È lì, al termine della breve discesa al fiume, che le acque del Meta e dell’Auro s’incontrano, unendo nomi, acque e destino e dando vita al Metauro, il fiume del Rinascimento.

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