A volte aspre e brulle, solcate da calanchi e rada vegetazione, altre dolci e ondulate, coltivate a frutteti e vigneti. Hanno mille volti le colline cesenati e sono tutte da scoprire, non solo per le bellezze paesaggistiche ma anche per quelle architettoniche e artistiche, con borghi, castelli e santuari disseminati sui vari cocuzzoli.
Da Cesena a Cesena, è quindi possibile disegnare un itinerario che tocca siti ora noti ora più nascosti, affrontando salite magari non rinomate ma affascinati e impegnative, come quella di Montepetra. Per attaccarla bisogna superare Monte Castello e raggiungere Montepetra Bassa. Dalla città si prende la Strada regionale 71 e, per 30 km, si risale la valle del Savio: all’inizio il percorso è pianeggiante poi, verso Borello, inizia a farsi più ondulato e mantiene tali caratteristiche fino all’imbocco dell’ascesa (svolta a sinistra nella Strada provinciale 139). Di qui alla vetta sono 6 i chilometri da percorrere, con una pendenza media del 6,6% e punte massime fino al 14%. Difficile impostare un ritmo perché la salita è estremamente irregolare con tratti in falsopiano e persino in discesa a interrompere la scalata. Ascesa che può dividersi in tre tronconi, inframmezzati, appunto, da due segmenti facili in cui respirare e recuperare le forze. I primi 1.600 mettono subito a dura prova: la pendenza media si attesta intorno al 7% e prima del 7° tornante bisogna affrontare una rampa di 100 m al 14%, poi, per fortuna, dopo una svolta, la strada spiana per circa 600 metri.
Da segnalare, in corrispondenza del secondo tornante, l’indicazione per l’antica “Mistedia” (località Romagnano) in cui nel 1563 la Madonna sarebbe apparsa alla pastorella Agata. La pausa termina al km 2,28 quando, superato l’ottavo tornante, la salita riprende a mordere proponendo un chilometro durissimo, quasi tutto in doppia cifra. La pendenza molla solo 250 m prima del bivio per Montepetra, piccolo borgo arroccato sul crinale cui fanno da guardia i “Sassoni”, rocce sedimentarie composte di ghiaia, sabbia, detriti e resti fossili, formatisi, secondo i geologi, nell’era cenozoica. A margine del piccolo centro abitato, sorge la Chiesa di S. Lorenzo, del XV secolo, che conserva, all’interno, due pale d’altare di Nicola Versari, datate 1658, e un’interessante fonte battesimale del 1495, piccolo gioiello di scultura rinascimentale.
Giunti a questo punto, il panorama, prima piuttosto chiuso, si apre regalando una magnifica vista su monte Aquilone, Fumaiolo e Carpegna, mentre il paesaggio continua a mantenersi arido e brullo, segnato da profondi calanchi. Al km 3,45, proprio in corrispondenza del bivio per Montepetra, inizia un tratto in discesa di quasi 2 km che immette nell’ultimo troncone di 1.500 metri, pure questi belli tosti. Si parte, infatti, con un muro di 500 metri in doppia cifra caratterizzato da una punta del 13,3% (km 5), quindi, la pendenza cala un po’ per rialzare la testa negli ultimi 300 m, all’11,5%. Si arriva così alla sella di Montepetra (616 m), corrispondente all’innesto con la panoramica che collega Perticara a Sogliano sul Rubicone (Strada provinciale 11), a cavallo fra la valle dell’Uso a quella del Savio. Al bivio, si gira a sinistra, seguendo le indicazioni per Sogliano. Per raggiungere quest’ultima, si percorrono 15 chilometri parecchio movimentati, caratterizzati da una serie di strappi, tratti in discesa e qualche falsopiano: in un paio di chilometri si scende verso la sella del Barbotto, quindi, si ricalca il percorso della Nove Colli, attraverso Rontagnano, Montegelli e Stringara.
Giunti a Sogliano, si tiene la sinistra lanciandosi nel budello della Strada provinciale 9 che con una serie di stretti e ravvicinati tornanti, ben 18, consente di raggiungere in poco meno di 3 km la valle del torrente Rubicone. Si percorre un chilometro scarso lungo quest’ultima e si tiene la sinistra, proseguendo lungo la Provinciale 9, per salire a Santapaola. Si tratta di una salita di 5 km, nel complesso pedalabile (pendenza media 5%), ma da non sottovalutare perché, a fronte di alcuni tratti in falsopiano e contropendenza, presenta, comunque, un paio di strappi in doppia cifra. Più o meno a metà scalata, sulla sinistra si incontra la deviazione per raggiungere il solitario Santuario Madonna del Farneto (indicazioni Ciola-Araldi - Sorgente del Rubicone), così chiamato per la vicinanza a un boschetto di farnie (querce). Dopo qualche chilometro, si prende un’ulteriore deviazione sulla sinistra (indicazione Agriturismo del Farneto) e si raggiunge il piccolo edificio di culto, risalente al XVII secolo, da cui si gode uno splendido panorama, sino al mare, tant’è che nell’antichità, vicino alla chiesa, nelle sere buie e tempestose venivano accesi fuochi per guidare le imbarcazioni dell’Adriatico verso la costa. Proprio per questo, almeno una volta all’anno, i marinai vi si recavano in pellegrinaggio per festeggiare la Vergine. Dopo tale deviazione, si ritorna sull’asse principale e si raggiunge Santa Paola; qui, si lascia la Strada provinciale 9, e, alla biforcazione, si prende a destra la Strada provinciale 40 che, in 2 km costellati da qualche mangia e bevi, conduce a Roncofreddo.
Nel Medioevo, la località fu dominata da un castello, a lungo conteso da Chiesa e Comune di Rimini, di cui oggi non è rimasta traccia. Testimonianza di quell’epoca sono i resti di un’antica porta di accesso, inglobati nella Torre civica, realizzata nel 1700. Il raccolto centro storico presenta due edifici religiosi di un certo rilievo: l’Oratorio della Madonna della Misericordia e la Parrocchiale di S. Biagio, risalente al XVIII secolo ma ampiamente rimaneggiata, dove si conservano un crocifisso ligneo e due tele del pittore Antonio Cimatori detto Visacci (1560-1623) raffiguranti “L’Annunciazione e S. Francesca Romana”. Di particolare interesse anche “Rubicone ’44 - Museo del Fronte”, realizzato all’interno di un’antica cantina del centro storico utilizzata dagli Alleati, durante la Seconda Guerra Mondiale, come stazione radio. All’interno, è esposto diverso materiale della Battaglia del Rubicone, decisiva per lo sfondamento della Linea Gotica, con cimeli, uniformi, documenti e immagini. Nei pressi del centro, si trovano poi le Fontane malatestiane, realizzate nel 1800 per garantire l’approvvigionamento di acqua. Superato Roncofreddo, si prosegue lungo la Provinciale 9 fino a Longiano, arroccato su un colle a 179 m slm: sono 5 chilometri di sali e scendi su brevi crinali, con splendida vista verso il riminese e, in certi punti, anche il mare.
Longiano merita senza dubbio una sosta. Si arriva al centro percorrendo in discesa un bel viale alberato, con la parte più antica sovrastata dal Castello Malatestiano, risalente all’XI secolo e circondato da una doppia cinta muraria. Alla fine del XII venne utilizzato per difendere il borgo dagli assalti dei cesenati, che provarono più volte a conquistarlo per strappare ai riminesi un caposaldo di grande importanza strategica. Dal 1290 al 1463 la rocca fu residenza dei Malatesta, Signori di Rimini, che l’ampliarono e fortificarono, in particolare attraverso l’aggiunta di nuovi bastioni. La struttura venne modificata dal conte Guido Rangoni di Modena che avendo ricevuto Longiano in feudo perpetuo da papa Leone X, eliminò parte delle fortificazioni malatestiane, costruendo la loggetta ancor oggi percorribile e facendo realizzare l’affresco sul soffitto dello studiolo. Ulteriori, rilevanti, trasformazioni interessarono l’interno dell’edificio nel Novecento, in particolare la Sala dell’Arengo e quelle adiacenti, i cui soffitti furono ricostruiti e decorati dai pittori Giovanni Canepa e Girolamo Bellani, con la raffigurazione, fra l’altro, di personaggi illustri della storia longianese.
Il castello oggi è sede del Municipio e ospita la Fondazione Tito Balestra con la sua ricca collezione di opere dei massimi artisti del Novecento italiano, fra i quali spiccano Guttuso, Maccari, Mafai, Morandi, Sironi, De Pisis, Vespignani, Zancaro, più una piccola ma significativa selezione di artisti stranieri: Goya, Chagall, Matisse Kokoschka. Di musei, Longiano ne conta altri quattro: il Museo della Ghisa, caso unico al mondo di esposizione di elementi di arredo urbano in ghisa dell’Ottocento e dei primi del Novecento, il Museo d’Arte Sacra, con opere, arredi, reliquie a testimonianza della devozione dei longianesi, il Museo del Territorio, al cui interno si spazia dagli arnesi degli antichi mestieri, della civiltà contadina e d’uso quotidiano sino ai giocattoli di inizio Novecento, e la Galleria delle Maschere, dove sono esposte le sculture di Domenico Neri, raffiguranti le maschere della Commedia dell’Arte. Attorno al castello, si sviluppa il borgo, d’impronta marcatamente medioevale, con la porta d’accesso (porta Girone) e belle viuzze selciate. Imperdibile, il balconcino a picco sul paese, da cui si domina l’intera pianura romagnola, fino all’Adriatico.
Da non perdere, il rifugio bellico, testimonianza dell’ultimo conflitto mondiale, scavato nel sottosuolo tufaceo per l’intera lunghezza del centro storico. Il rifugio, la cui volta è separata dalla sovrastante piazza Malatesta da oltre 20 metri di terreno, fu realizzato infatti, nella primavera del 1944, in considerazione dell’avvicinarsi del Fronte, a partire dalla Porta del Ponte, per dare riparo agli abitanti dai bombardamenti degli Alleati. Il tracciato non è rettilineo, in quanto eseguito senza strumenti di precisione. All’interno, che poteva contenere fino a 2mila persone, si trovano ancora alcune nicchie, scavate ai lati della galleria per fornire un minimo di intimità ai nuclei familiari. Oggi, in una di queste, sono esposti reperti bellici rinvenuti nel territorio. Nel periodo natalizio, il paese si trasforma poi nella Longiano dei presepi, offrendo un percorso di oltre cento Natività lungo tutto il borgo.
Uscendo dal paese, prima di tuffarsi nei tornanti che riportano nel fondovalle, si transita davanti all’ottocentesco teatro Petrella, gioiellino con una capienza di 205 posti. La struttura esterna è caratterizzata da un motivo a fasce orizzontali esteso per tutta l’altezza e sulle fiancate dell’edificio; il corpo centrale della facciata, dotato di timpano e e leggermente avanzato, presenta al primo piano tre finestre intervallate da lesene. Suggestivo e raccolto l’interno, con pianta a ferro di cavallo, due ordini di palchi e un loggione. L’apparato decorativo è opera dei luganesi Girolamo Bellani e Giovanni Canepa. Peculiarità del teatro è il meccanismo che consente di sollevare il piano di calpestio della platea, una volte rimosse le poltroncine, fino a unirlo al bordo del palcoscenico, così da creare un unico grande spazio.
Al piano superiore, nella sala da the, si può ammirare la galleria con le fotografie degli artisti che si sono esibiti su questo palcoscenico: da Vittorio Gassman a Dario Fo, da Lucio Dalla a Ivano Marescotti, tutto il meglio di teatro, musica e cabaret è passato di qui. Annessa all’edificio, la pittoresca piazzetta, mentre sul fronte opposto si trova il santuario del SS Crocifisso (‘700) la cui imponente mole è preceduta da una lunga e ampia scalinata.
Dal colle di Longiano, in appena 12 chilometri, si fa ritorno a Cesena, transitando da Badia e Case Missiroli, dove un quattordicenne Marco Pantani, il 22 aprile 1984, vinse la sua prima gara in sella a una bici, arrivando tutto solo al traguardo.