Il “Classico” della Romagna in bici: l’anello Tre Faggi - Muraglione

In Spagna, per indicare la partitissima fra Real Madrid e Barcellona basta un nome: “El Clasico”. Fra i ciclisti forlivesi, lo stesso vale per il cosiddetto “Giro dei Tre Faggi-Muraglione”, 130 chilometri tutti pedalabili e senza pendenze proibitive.
Questo classico dell’Appennino forlivese inizia risalendo la valle del Rabbi, lungo la Strada provinciale 9 ter. Percorsi 20 chilometri, circondati da dolci colline coltivate per lo più a vigneti, si attraversa Predappio, vero e proprio Museo urbano all’aperto di architettura razionalista del Ventennio. Fra gli anni ’20 e ’40 del ‘900, Benito Mussolini si adoperò infatti per dare lustro al borgo natale, l’antica Dovia, ubicata nel fondovalle, chiamando i maggiori architetti dell’epoca con l’obiettivo di farne un abitato rispondente in toto ai dettami dell’urbanistica e dell’architettura fascista. Tra gli edifici più rappresentativi, tutti visibili pedalando lungo la via principale, vi sono proprio l’ex Casa del Fascio e dell’Ospitalità, costruita fra 1934 e 1937 dall’architetto Arnaldo Fuzzi, e Palazzo Varano, attuale sede del Comune, per circa vent’anni dimora dei Mussolini. Di particole spicco, la scalinata di accesso e la torre dell’orologio. Uscendo da Predappio, si può poi ammirare il Cimitero monumentale, risistemato nel 1939 su progetto dell’architetto Di Fausto, ispirato allo stile romanico. Si prosegue poi attraverso Tontola, Santa Maria e Strada San Zeno, fino a raggiungere Premilcuore (450 m), l’altro centro di una certa importanza della vallata, dove, convenzionalmente, si fa iniziare la salita alla Colla dei Tre Faggi.

Posto sul versante occidentale del monte Arsiccio, Premilcuore è la porta d’accesso privilegiata per chi vuole visitare il parco delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna dalla valle del fiume Rabbi. Questo borgo medioevale, immerso fra antichi e verdi boschi, vanta una storia secolare, con tracce di età eneolitica, umbroetrusca e tardo romana. Le sue origini affondano a tal punto nei secoli da essere avvolte nel mistero, tant’è che la sua fondazione è oggetto di diverse leggende. Quella più affascinante e fantasiosa vuole che il soldato romano di nome Marcello, fuggito da Roma al tempo di Caracalla dopo aver preso parte a una congiura contro l’imperatore, trovò rifugio in questi luoghi, fortificando i piccoli borghi già esistenti, uno dei quali, l’attuale rione Marciolame, risalente al III secolo e oggi completamente ristrutturato, con edifici in pietra a vista, si chiama così in suo onore. Lo stesso nome di Premilcuore, sembra risalire proprio a “Premit cor” (“il dolore ci opprime il cuore”, per la morte del fondatore) oppure a “Premunt cor” (“piuttosto che consegnarlo ci strapperemmo il cuore”, perché il capitano romano era ricercato per essere ucciso). A partire dal 1124, la cittadina fu governata dai conti Guidi per passare poi nel ‘300 sotto il dominio della Chiesa, periodo nel quale si consolidò la variante del nome del paese in Premalcor-is (da roccia: prè), aprendo la via all’attuale Premilcuore, ingentilimento seicentesco. Sul finire del secolo, almeno dal 1375, il borgo iniziò a ribellarsi alla Chiesa e si pose volontariamente sotto il controllo di Firenze, dove rimase ininterrottamente sino al ‘900, eccetto sporadiche parentesi, come il 1424, quando fu sfiorato dall’effimera avanzata dei Visconti di Milano, o fra il 1494-96, in cui fu governato da Caterina Sforza. Oggi, Premilcuore si presenta formato da un nucleo storico, che conserva quasi intatta l’impronta medievale, dominato dai resti dell’antica Rocca e caratterizzato da una serie di rioni distinti, uno vicino all’altro. Dopo quello denominato Marciolame, sul lato opposto del fiume (riva destra), si trova il nucleo delle Balducce, che ospita il Museo della Fauna e il centro visite del Parco delle Foreste Casentinesi.

Sempre all’interno di questo rione, si sviluppa un vicolo in cui si trova il suggestivo oratorio del Mogio del XV secolo, dedicato alla Beata Vergine delle Grazie. La strada che attraversa il rione, invece, conduce dritta al borgo fortificato, situato sulla riva destra del fiume. Nel Medioevo, vi si accedeva solo dalle due porte: Porta di Sotto, a Nord, e Porta Fiorentina, a Sud. Già dall’esterno si scorge un primo complesso di edifici tutti in pietra a vista, facenti parte dell’antica cinta muraria, di cui è visibile ancora una piccola torre cilindrica. Per entrare nel cuore del borgo, si attraversa, appunto, Porta di Sotto, con volta ovale e stemma di Premilcuore in pietra. Sormontata da un torrione con loggetta, la porta è inglobata da un lato di Palazzo Briccolani (oggi sede di una bottega di ceramiche e pelletteria). Pochi metri prima di varcarla, sulla sinistra si può ammirare l’oratorio di San Lorenzo, forse un tempo cappella del castello medievale. L’esterno è molto semplice e lineare, mentre all’interno si segnala l’altare settecentesco contenente una bella pala della “Madonna del Rosario con S. Domenico e S. Caterina” del XVII secolo. Superata la porta, invece, si giunge sulla piazza principale, la bella piazza Ricci, che si sviluppa con dei gradoni essendo in leggera salita. Proseguendo, si intravedono alcuni vicoli pedonali molto caratteristici, tra cui quello che conduce alla Rocca, antico presidio militare dei conti Guidi, oggi proprietà privata. Infine, si raggiunge la torre dell’orologio, detta anche Porta Fiorentina. Alta 21 metri, fungeva in origine da principale porta d’accesso al borgo fortificato, mentre oggi si presenta perfettamente inquadrata in esso, con la sua pianta quadrangolare e il rivestimento in pietra frutto del restauro a inizio ‘900, dopo che a metà ‘800 era stata decorata in stile fiorentino. Superata la porta, si apre una piazza dedicata ai Caduti, abbellita da un pozzo con fontana su cui si affacciano una loggia, il palazzo municipale (ex Chiesa di San Rocco) e il signorile Palazzo Giannelli.

Da Premilcuore, per raggiungere il valico dei Tre Faggi bisogna percorrere ancora 14,9 chilometri, tutti pedalabili con qualche tratto persino in discesa. La pendenza media, non a caso, si attesta sul 3,5%, con qua e là picchi di poco superiori 6%. Inizialmente, la strada fiancheggia il corso del fiume Rabbi, che proprio in quel punto dà origine a piccole cascate o gole. La più famosa è quella chiamata Grotta Urlante o Cascata Urlante per via del rumore, amplificato dall’acustica naturale, dell’acqua del fiume che si inalvea in un gorgo e si riversa poi in uno spettacolare abisso. In corrispondenza di tale cascata, sorge un antico ponte in pietra a schiena d’asino del XVII secolo, affiancato da un edificio in pietra ben conservato. Dopo circa 4,5 km si incrocia il bivio per Fiumicello, superato il quale la strada si inoltra in un fitto bosco, costeggiando un’area pic-nic. L’asfalto, una volta parecchio rovinato, è stato completamente rifatto in occasione del passaggio della prima tappa del Tour de France del 2024, da Firenze a Rimini, ed è ancora in ottime condizioni. Si procede con una lunga teoria di curve e semicurve, interrotte da appena due veri tornanti (km 10 e km 11,6), in ambiente verdeggiante e selvaggio. L’unico centro abitato che s’incontra (km 8) è Castel dell’Alpe, piccolo borgo stretto attorno a una chiesa e una piazzetta contornata da case mentre dell’antico e imponente castello appartenuto ai conti Guidi e alla Repubblica di Firenze restano solo ruderi e un’ampia cisterna. Al km 12,7 si entra in Toscana, affrontando un tratto più impegnativo (5-6,6%), mentre gli ultimi 800 metri sono praticamente in falsopiano. Il panorama, chiuso per gran parte dell’ascesa, verso la vetta inizia ad aprirsi, con splendida vista, a sinistra, sull’imponente gruppo montuoso Falterona-Monte Falco.

Dal valico (971 m) si può poi ammirare la sottostante pianura toscana e le colline popolate di borghi. Una breve discesa (5,7 km) priva di difficoltà tecniche conduce all’innesto con la strada statale 67, in località Cavallino. Qui si gira a destra e si risale fino al passo del Muraglione: 3 chilometri piuttosto impegnativi (pendenza media 6% ma con punte al 10%) caratterizzati da diversi tornanti. Giunti al valico (907 m) è tutta discesa fino a Forlì. La parte iniziale assomiglia a un otto volante, con una serie di dieci tornanti, stretti e ravvicinati, quindi, la strada prosegue nervosa fino a San Benedetto, dove si entra nella valle del Montone. Di origini antichissime, San Benedetto in Alpe sorge nel punto in cui confluiscono i fossi dell’Acquacheta, Troncalosso e Rio Destro. La sua storia è legata all’Abbazia Benedettina, una delle più antiche dell’Appennino. L’abitato (495 m) è sorto, infatti, come agglomerato di edifici a servizio dell’antichissima Badia benedettina di Poggio (o San Benedetto Alto), nata attorno al Mille e visitata anche dal ravennate San Romualdo, prima di fondare Camaldoli. Oggi, dell’abbazia rimangono la chiesa, che è un però un rifacimento settecentesco (1723), molto più piccolo di quella antica, l’impianto delle celle (vagamente riconoscibile nell’andamento degli attuali edifici che fiancheggiano la strada lastricata a nord della chiesa), e soprattutto la cripta, originariamente trilobata. La decadenza dell’Abbazia iniziò sul finire del XIV secolo, quando passò sotto l’amministrazione della Basilica di San Lorenzo di Firenze.

Come Premilcuore, anche San Benedetto è uno dei principali punti d’accesso al Parco delle Foreste Casentinesi, con i suggestivi locali dell’antico Molino che oggi ospitano il centro visita. Superata San Benedetto, si continua a ridiscendere la vallata. Oltre a Portico di Romagna, merita una visita Rocca San Casciano, cittadina di origine medievale, da identificarsi con l’antica Pieve di San Casciano in Casatico, antico nome del fiume Montone. Soggetta ai Conti De’ Calboli, nel 1382 passò alla Repubblica Fiorentina, che vi aprì una Podesteria, facendola diventare capoluogo della Romagna Toscana. Nel XVIII secolo fu costituita in Regio da Leopoldo I di Lorena, dopo l’abolizione della provincia di Romagna. Il cuore del paese è costituito da piazza Garibaldi, circondata da bassi e caratteristici portici le cui colonne sono di pietra forgiata a scalpello. Qui, tra ‘700 e ‘800 si svolgevano, fra gli altri, i mercati della seta, a cui affluivano i produttori dalla Toscana e dalla Romagna. Sulla piazza si affacciano palazzi cinque-seicenteschi, appartenuti alle nobili famiglie rocchigiane ed antiche osterie. Caratteristica la chiesa del Suffragio, eretta a memoria delle vittime del terremoto del 1661 e sede della confraternita delle Sacre Stimmate e della Misericordia. In tempi moderni, è divenuta sede espositiva e ospita, fra le varie opere d’arte, un tondo in terracotta invetriata attribuito ad Andrea della Robbia, raffigurante “Madonna in adorazione del Bambino, San Giovanni e un coro di Angeli”, e la tavola Trinità e Cristo Morto (1564) del pittore fiammingo Giovanni Stradano. La Chiesa di Santa Maria delle Lacrime, eretta su iniziativa del pievano Ambrogio Tassinari e completata nel 1784 grazie all’intervento di muratori e scalpellini inviati dal Granduca Pietro Leopoldo, si distingue invece per una facciata sobria, mentre all’interno cela un bassorilievo in terracotta del XVI secolo raffigurante, appunto, la Madonna delle Lacrime con il Bambino, venerata come miracolosa a seguito del suo pianto, protrattosi per cinque ore il 17 gennaio 1523. Rocca, infine, è famosa per la Festa del Falò, che affonda le radici in un lontano passato: nell’occasione, si accendono gigantesche pire lungo le sponde del fiume Montone, immersi in un suggestivo spettacolo pirotecnico (i “botti”). Da Rocca, si prosegue ancora per 25 chilometri fino a Forlì, dove si chiude definitivamente l’anello.

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