Al confine tra Emilia-Romagna e Toscana, nel territorio di Castel del Rio, il Mulino della Madonna rappresenta uno dei complessi molitori più antichi e stratificati della zona. Situato in località Giugnola, nei pressi della confluenza tra il rio Zafferino e il torrente Sillaro, il sito sorge in un’area di grande valore storico e ambientale, lungo antichi percorsi di collegamento tra Appennino e Toscana.
Le origini del mulino risalgono almeno al 1570, come documenta un’incisione sul portale in arenaria, mentre un masso nei pressi della struttura riporta la data 1583. Conosciuto in passato come “Mulino della Compagnia”, fu per secoli un punto di riferimento per la comunità locale, non solo per la macinazione ma anche come luogo di incontro e socialità.
Tra Seicento e Ottocento ospitò anche un oratorio dedicato alla Beata Vergine dell’Annunciazione, aggiungendo una dimensione religiosa alla sua funzione produttiva. Durante la Seconda guerra mondiale le grotte naturali alle sue spalle furono rifugio per diverse famiglie della zona, trasformando il mulino in un luogo di salvezza nei mesi più difficili del conflitto, a ridosso della Linea Gotica.
Il complesso si sviluppa in un articolato sistema di edifici attorno a un cortile interno. La grande sala macchine conserva ancora oggi tre palmenti: due per grano, mais e castagne e uno più piccolo, la “guadagnina”, per le biade destinate agli animali. Sotto la sala macine si trovano i ritrecini, dove l’acqua veniva convogliata per azionare i cucchiai in legno di quercia prima di defluire all’esterno attraverso il “margone”.
Elemento fondamentale del sistema era la “botte”, vasca di accumulo lunga decine di metri che raccoglieva l’acqua prelevata dal Sillaro a monte, garantendo il funzionamento anche nei periodi di magra estiva. Sopra le macine si trovava l’abitazione del mugnaio, collegata direttamente agli impianti attraverso scale interne ed esterne.
Il mulino era anche un piccolo nucleo abitato, con stalle, fienili e altre famiglie che condividevano gli spazi. L’attività cessò negli anni Settanta, ma il complesso è stato successivamente preservato e oggi è oggetto di un importante progetto di restauro e valorizzazione.
Il piano di recupero prevede la conservazione degli impianti molitori, che saranno resi visitabili, e il riuso degli spazi in chiave culturale e produttiva. Accanto al mulino opera oggi un’azienda agricola biologica impegnata nella produzione di castagne, zafferano e lavanda, integrando memoria storica e nuove economie sostenibili.
Inserito in un contesto paesaggistico di pregio, il Mulino della Madonna rappresenta oggi un esempio significativo di recupero del patrimonio rurale appenninico, dove storia, ambiente e comunità continuano a intrecciarsi.