Giornata dei mulini 2026, da un lato i cereali, dall’altro la calce: i due volti dei Mulini delle Fosse

Itinerari
  • 17 maggio 2026

Nel borgo delle Fosse, a Lizzano in Belvedere, si conservano due antichi mulini che raccontano secoli di lavoro, ingegno e tradizione familiare. Il primo è un mulino per cereali del 1882, il secondo un raro mulino della calce attivato nel 1922: due impianti distinti ma uniti dalla stessa storia di una dinastia di mugnai, la famiglia Tamarri, presente sul territorio dal XVIII secolo.

Gli antenati della famiglia si insediarono alle Fosse nel 1702 acquistando un mulino preesistente. Le loro tracce compaiono anche nei documenti del periodo napoleonico, dove un avo, Antonio Tamarri, risulta tra i contribuenti della tassa sul macinato. In realtà i Tamarri erano già attivi nel settore fin dal XVI secolo, con licenze di macinazione tra Porretta Terme e Lizzano in Belvedere.

Il mulino dei cereali si sviluppa al piano terra di un edificio in pietra. La sala macine, detta “rodi”, si trova sotto il livello della corte ed è attraversata ancora oggi dal canale che convoglia l’acqua del grande bottaccio. L’impianto idrico, alimentato da due torrenti attraverso le gore, aziona un sistema meccanico complesso composto da turbine orizzontali in ghisa collegate tra loro, capaci di trasmettere energia a più macine.

L’acqua prosegue poi il suo percorso in un tunnel sotterraneo fino al mulino della calce, dove genera una cascata di circa nove metri che metteva in movimento una ruota verticale con catini in legno. Attraverso pulegge e alberi di trasmissione, la forza idraulica azionava la macina superiore.

Questo impianto rappresenta un unicum regionale: il mulino della calce delle Fosse è infatti, secondo le ricerche disponibili, l’unico esempio di questo tipo in Emilia-Romagna. Il complesso è formato da due corpi, la fornace e il mulino. La fornace, recentemente recuperata grazie a un finanziamento Pnrr, è una torre in pietra con un pozzo interno alto circa cinque metri, dove venivano cotti i sassi di scaglia alternando carbone e pietrame.

Il lavoro era continuo: il fuoco ardeva di notte, mentre di giorno i materiali venivano estratti e ricaricati dall’alto. Il mulino, già restaurato da tempo, conserva la sua macina originale in ferro, progettata dalle ferriere di Panigale. Un sistema di borchie frantumava la pietra cotta trasformandola in calce, poi trasportata fino alla stazione di Porretta Terme e da lì spedita verso Bologna e Firenze.

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