Nove importanti autori raccontano, attraverso 90 fotografie, il “sentire casa” come idea e sensazione, spazio intimo e personale, custode di ricordi, sogni ed emozioni, dove il tempo non pesa mai, fino al 30 ottobre alla Gam, Galleria d’arte moderna del Castello Ursino a Catania.

C’è anche Isabella Balena tra i fotografi selezionati per la mostra “Feeling home. Sentirsi a casa”, ideata da GT Art Photo Agency Milano a cura di Giusy Tigano e organizzata in collaborazione con l’Associazione F2 Progetti per la Fotografia di Catania.

L’affermata reporter riminese, che vive e lavora a Milano, e ha lavorato in molte aree di conflitto, seguendo da molti anni anche il conflitto israelo-palestinese e l’area medio orientale, espone dieci immagini che da una parte raccontano il “sentirsi a casa” come qualcosa di strettamente legato alla sua intima quotidianità familiare, dall’altra invece espongono un sentimento profondo verso un territorio e un mare che l’hanno vista crescere come donna e ed essere umano.

La mostra è accompagnata dall’omonimo libro fotografico edito da EBS Print, che raccoglie 115 fotografie a colori e in bianco e nero degli autori in mostra.

Balena, quale visione produce il “sentirsi a casa” al tempo della pandemia?

«La mostra è stata realizzata prima della pandemia, quindi non riguarda il tempo sospeso dei mesi passati in clausura. Il tema proposto ai nove fotografi presenti poteva essere interpretato in vari modi perché “casa” può essere o significare molte cose, non necessariamente il luogo dove si vive. Io l’ho inteso nel modo più intimo del termine, se vuoi anche più banale ma che mi ha permesso di scandagliare un archivio che raramente apro, quello dei luoghi e persone familiari, i figli, il tempo nella casa scandito da pochi dettagli e il mare, come essenza primordiale, non tanto come luogo di nascita».

In che maniera, come si legge nella presentazione, questo significa per lei esprimersi anche tramite «un sentimento profondo verso un territorio e un mare»?

«La memoria è parte integrante, essenza della fotografia. Certamente si può utilizzare la fotografia in molti modi, oggi più che mai ad esempio esaltandone l’aspetto irreale o iperreale dovuto alla post produzione. Ma il mio modo di concepirla, pur utilizzando oggi qualunque mezzo possiamo avere a disposizione per registrare un’immagine, telefono compreso, rimane quello delle origini, ovvero cogliere nel fluire della vita quegli attimi per me significanti che portino a un’istante di riflessione, tragica o ironica che sia e quindi, forse presuntuosamente, che possa servire a qualcuno».

In un certo luogo
in un preciso momento

Nelle stanze della memoria, del dolore e del ricordo, di una mostra come “Ci resta il nome. I luoghi della memoria della Seconda guerra mondiale in Italia”, l’autrice rammentava quanto l’aspetto simbolico, oltre che storicamente documentale, delle rievocazione del passato, serva a restituire un pensiero, una possibilità di riflessione sull’oggi: «L’interpretazione che io ho della fotografia – diceva – è essere in un certo luogo in un preciso momento per documentare e condividere con altri un qualcosa degno di essere ricordato. Una sorta di “obbligo del ricordo”, per citare Marc Augé››.

Anche le parole che scrisse come epigrafe alla mostra: «I morti non sono tutti uguali, soprattutto nel dolore di chi resta… Restano i nomi anche di quelli i cui corpi sono ignoti», sembrano drammaticamente attuali, andando alle vittime della pandemia.

«La pandemia non è una guerra, certamente è una battaglia, ma non una guerra, seppur nei numeri dei deceduti ci si può avvicinare, almeno per noi europei in tempo di pace».

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