“Inwards”, il violinista Federico Mecozzi racconta il nuovo album

Il violinista e compositore riminese Federico Mecozzi, da tredici anni al fianco di Ludovico Einaudi, ha pubblicato il 7 ottobre il secondo album solista “Inwards”, che segue “Awakenings”, del 2019. Dopo le atmosfere solari del primo album, questo è più rivolto all’interno di noi stessi, come dice il titolo.

«In contrapposizione al disco precedente – spiega il musicista –, questo è figlio di una intimità forzata dal periodo di chiusura pandemica in cui è stato scritto. Ho sempre avuto la fortuna di viaggiare molto per suonare, è questo si è tradotto in una ricchezza di stimoli dall’esterno, mentre negli ultimi due anni ho dovuto viaggiare all’interno di me stesso, esprimendo in musica i moti dell’animo. Una sorta di autoanalisi».

Contrariamente a ciò che ci si potrebbe aspettare, nella maggior parte dei brani non c’è un’atmosfera cupa o triste, al contrario spesso sono pezzi allegri, ritmati e vitali.

«Un viaggio all’interno di noi stessi non è necessariamente cupo e triste. Dentro ognuno di noi c’è un po’ di tutto: umori, esperienze e ricordi di ogni tipo. C’è la sofferenza, ma anche la gioia, e io ho cercato di descrivere tutti gli stati d’animo; se prevalgono quelli luminosi è un buon segno per me, perché significa che il mio interno non è così male (ride, ndr)».

Da chi ha lavorato tanto con Einaudi ci si potrebbe aspettare un disco vicino alla musica classica, invece questo è vero solo a tratti. Addirittura l’influenza principale sembra piuttosto la musica celtica.

«Da quando ho avviato un progetto solista la mia intenzione è stata quella di contaminare il più possibile i mondi che ho studiato, approfondito e suonato. La musica classica si mescola con l’elettronica, e la world music prende il sopravvento; tra questa la musica celtica è sicuramente quella in cui il mio strumento, il violino, è più centrale, quindi è inevitabile che ce ne sia molta».

In Romagna ci sono tanti gruppi che suonano musica celtica: lei ha mai collaborato con alcuni di questi?

«In passato ho suonato per anni con un trio di musica celtica, bretone in particolare, ma facemmo pochissimi concerti, perché ci piaceva di più trovarci in studio a suonare le nostre composizioni».

Il violino è molto presente anche nel pop e nel rock: ricordiamo ad esempio Jean Luc Ponty in passato, David Garrett e Rodrigo D’Erasmo degli Afterhours più recentemente.

«Questo è molto bello. Il violino si associa alla musica classica, ma quello è un genere “finito”, non nel senso di sorpassato, ma nel senso che ha esaurito le possibilità. È molto difficile fare cose migliori o innovative rispetto a quel che si è scritto in passato. Lo stesso Einaudi parte da lì ma viaggia verso altre strade. Il violino si presta a tante altre bellissime declinazioni; anche la musica leggera ha sempre usato l’orchestra sinfonica, quindi gli archi, che aggiungono profondità emotiva. Si pensi solo all’orchestra a Sanremo».

Nella band che l’accompagna sul disco e dal vivo ci sono musicisti che fanno parte dello staff di Einaudi?

«Con loro ho un confronto continuo, e hanno suonato nel primo album, ma in questo la band è composta da sei musicisti del Riminese con cui ho lavorato in passato, al di fuori del giro di Einaudi. Questo mi piace molto, perché mi dà il senso di portarmi un pezzo di casa in giro per il mondo».

Subito dopo la pubblicazione di “Inwards” Federico Mecozzi è partito per un tour italiano, che toccherà il teatro Galli di Rimini martedì 25 ottobre.

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