Intervista al fotografo Epimaco Zangheri: «Avrei voluto fare il pescatore»

Intervista al fotografo Epimaco Zangheri: «Avrei voluto fare il pescatore»
Pico fra due stelle del calcio del passato come Pelè e Haller

RICCIONE. Ha appena compiuto 90 anni (è nato il primo febbraio 1930) Pico, all’anagrafe Epimaco Zangheri, storico fotografo riccionese. Con la macchina fotografica sempre al collo e Riccione nel cuore, Pico ha raccontato la storia della città in tutte le sue sfaccettature, dai momenti più belli agli eventi più drammatici. Da quando ha iniziato la sua attività, alla fine degli anni ‘40, non ha mai smesso di scattare fotografie e ora il suo archivio raccoglie più di due milioni di scatti. A guidarlo: l’impegno, il rispetto per l’altro e il grande, grandissimo amore per la Perla verde.

Ogni storia che si rispetti, si racconta partendo dall’inizio. Quando e come ha preso il via la sua carriera di fotografo?
«Avevo 13 anni. A cinque sono rimasto orfano di padre e ai tempi la vita era molto diversa da oggi: c’era tanta miseria e avevo bisogno di lavorare. Finite le elementari, mia mamma è riuscita a farmi assumere da Alfredo Ricci, di Foto Riccione».

Quindi non voleva fare il fotografo…
«Assolutamente no. Volevo vivere a stretto contatto con il mare, un po’ come il mio babbo, che faceva il pescatore».

Quali erano le sue mansioni appena arrivato da Foto Riccione?
«All’inizio facevo un po’ di tutto. Ero il tipico ragazzetto di bottega: pulivo il negozio e assistevo il proprietario e gli altri fotografi nei lavori più umili e semplici. Tagliavo il bordo delle foto sviluppate e sistemavo quel che c’era da sistemare. Piano piano ho iniziato a svolgere compiti un po’ più complicati e imparato a sviluppare le fotografie».

Quando, ha iniziato a scattare?
«A 17 anni. Ricci mi ha mandato a fare le foto in spiaggia. In negozio c’erano altri fotografi, ma nessuno di loro lo aveva soddisfatto. Per questo motivo ha mandato me a fare lo “scattino”. In realtà, anche io all’inizio ho fatto un disastro: però ho imparato in fretta. Tutti i giorni mi svegliavo prestissimo, correvo in spiaggia, facevo le foto ai turisti e all’ora di pranzo correvo in negozio a sviluppare gli scatti. C’era da sperare che fossero venuti bene: al tempo, senza il digitale, non si poteva sapere se una foto era buona fino a che non veniva stampata. Il pomeriggio, di nuovo la stessa storia: foto in spiaggia e di corsa in negozio a sviluppare. Si iniziava a lavorare alle 5 del mattino e si finiva a tarda sera, senza un attimo di pausa. Ci voleva poi tanta precisione: era un lavoro da artigiano. Non sapevo nemmeno quanto avrei guadagnato: io gli altri venivamo pagati in percentuale sulle foto che riuscivamo a vendere. Contando che ogni foto la vendevamo a pochi spiccioli…».

Le difficoltà non sono state poche, lei, però, non ha mai smesso di fare foto?
«Non ho mai smesso. Nel 1973 i proprietari hanno venduto il negozio e l’ho comprato io, gestendolo insieme a mio figlio Gianni. Per fortuna mia moglie Augusta mi ha sempre supportato, anche se lavoravo tante ore al giorno e fino a tardi. Come fotografo ero sempre in prima fila a ogni manifestazione, collaboravo con il Comune, con le aziende del territorio e con i giornali. Che si trattasse di un evento divertente o di un brutto episodio, se avveniva a Riccione, io c’ero».

È vero che il suo archivio conta due milioni di fotografie?
«Forse anche di più. Tra provini, negativi… Non saprei dire un numero preciso, ma sicuramente c’è tanto materiale».

Aveva un soggetto preferito?
«No, trovavo tutto bello. Le feste che si tenevano al Savioli erano splendide: c’erano 40 o 50 artisti ogni sera, vestiti e acconciature particolari. Uno spettacolo incredibile. I curiosi si affollavano tutti nei pochi metri tra il porto canale e il Savioli; si faceva fatica a passare e a farsi largo tra la folla. Mi ricordo anche le magnifiche carrozze che si vedevano vicino al Gran Hotel per i grandi eventi o alcuni matrimoni».

In quegli anni Riccione era frequentata da tantissimi personaggi: sportivi, artisti, gente di spettacolo. Quanti “vip” ha conosciuto?
«Una marea. Il Premio Riccione portava in città cantanti, attori, registi. Nel corso degli anni ho fotografato: Fiorello, Alberto Tomba, Gina Lollobrigida, Totò, Rita Pavone, Lucio Dalla, ma anche i piloti delle gare motociclistiche che si tenevano a Riccione, o sportivi famosissimi come Pelé, vip romagnoli come il Sic o Martina Colombari. Ma sono solo i primi che mi sono venuti in mente. E tutti si sono sempre comportati bene con me».

Qual era il suo “trucco” per fotografarli?
«Nessun trucco. A volte erano gli hotel a chiamarmi, perché avevano degli ospiti di élite e volevano un ricordo fotografico. Altre volte erano i vip a passare dal nostro negozio e si facevano ritrarre davanti alla parete su cui avevamo appeso i ritratti di tutti i personaggi famosi, sembravano quasi un po’ gelosi. Molto spesso invece li incontravo per le strade o sulla spiaggia di Riccione. In questi casi, mi limitavo a non dare fastidio e chiedevo sempre il permesso prima di scattare. Non cercavo lo scoop, non facevo il paparazzo. Ero un fotografo: il mio obiettivo era fare una bella foto».

E ci riusciva sempre? Non c’è una foto “mancata”?
«No. In tanti anni le ho fatte praticamente tutte. Di solito riuscivo a fare bene il mio lavoro, spesso al primo scatto. Però una volta un cantante straniero, al Savioli, rifiutò di farsi fotografare perchè il flash gli dava fastidio. Ero quasi certo che fosse una scusa, ma non potevo fare la foto senza flash, perché non sarebbe mai venuta bene. Feci finta di niente e lasciai perdere. Mi sono capitati altri episodi simili ma non ho mai insistito, né ho mai “rubato” uno scatto a chi non voleva farsi ritrarre».

Una foto preferita ce l’ha?
«Sono legato a quella che avevo fatto a Pelé. Non è particolarmente bella, ma ci sono affezionato perché quando gli ho fatto arrivare le mie foto, lui, grandissimo campione, si è preso la briga di spedirmi una lettera per dire grazie».

Nel corso degli anni, Riccione ha vissuto anche momenti difficili. Com’è stato raccontarli con le fotografie?
«Ho sempre lavorato per la mia Riccione, per farla bella agli occhi di tutti. Non ho mai fatto scatti che potessero metterla in cattiva luce. Ho raccontato il fortunale del 1964, che aveva devastato tutta la costa, ma anche l’aiuto che i turisti tedeschi diedero ai riccionesi. C’erano anni in cui la spiaggia era troppo piena, sovraffollata: ritrarla così avrebbe avuto un impatto negativo sui turisti. Allora io andavo a scattare all’ora di pranzo, quando in spiaggia c’erano meno persone. Nel 1989, poi, ricordo ancora il dramma delle mucillagini».

Come fu essere fotografo a Riccione, durante quell’estate?
«Ci chiedevano continuamente fotografie, soprattutto i giornali. Non le ho mai mandate. Non volevo che si parlasse di Riccione in quel modo. Anzi, ho accompagnato a Roma la nostra delegazione che andò a parlare con il ministero. In quell’occasione, ho anche incontrato papa Giovanni Paolo II. Ora che ci penso, forse la foto che ho insieme a lui, è una di quelle che mi emoziona di più».

Adesso che è in pensione, come vive la sua Perla verde?
«Come sempre: in sella alla mia fedele bicicletta. Quando succede qualcosa qui a Riccione, cerco ancora di essere in prima fila».

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