Internazionale a Ferrara, focus Siria e consumi consapevoli

FERRARA. I 10 anni della guerra in Siria raccontati dai suoi giornalisti e le regole per un consumo davvero consapevole che non sfrutti la manodopera migrante. Sono i temi approfonditi in streaming nell’edizione di marzo di Internazionale a Ferrara, il festival di giornalismo organizzato dalla rivista diretta da Giovanni De Mauro con il Comune di Ferrara. Il festiva, che si è chiuso ieri, rinnova il suo appuntamento il 17 e 18 aprile per un nuovo weekend di incontri in diretta streaming. Un’edizione con un format nuovo per “un festival ponte” che vedrà un appuntamento al mese in streaming sul canale Facebook del settimanale fino a maggio. Gli incontri hanno costituito un approfondimento sul decennale della guerra in Siria, che vive una situazione di estrema incertezza e conta mezzo milione di morti, dodici milioni di profughi e sfollati e un’economia in pezzi, e sul mito del consumatore consapevole con un focus sullo sfruttamento delle migranti in agricoltura. 

Siria, 10 anni dopo 

Dopo dieci anni di conflitto (a partire dalla rivolta di marzo 2011) la Siria appare drammaticamente trasformata. Secondo l’Unhcr, circa 5,6 milioni di profughi hanno lasciato il Paese, mentre vi sono altri 6,7 milioni di sfollati sul suolo nazionale. Sebbene il regime del presidente Bashar al-Assad abbia ripreso il controllo di gran parte del territorio, il paese è politicamente ed economicamente frammentato. “Avremmo bisogno di una specie di Piano Marshall ma non si tratta solo di soldi beninteso, piuttosto di meccanismi internazionali che possano condurre a un processo di pace, coinvolgendo la popolazione”, ha detto Yara Bader, giornalista siriana e attivista per i diritti umani, che ha specificato come conosciamo “ciò che è successo in Siria attraverso l’attività dei citizen journalist che hanno diffuso una narrazione alternativa al regime grazie alla tecnologia”. D’accordo Zaina Erhaim, giornalista e attivista femminista che negli ultimi anni ha insegnato a molte donne siriane a diventare reporter. “Le siriane, dopo aver affrontato la guerra, la fame, le torture e gli jihadisti devono affrontare anche il patriarcato. Sono pessimista sulla Siria ma quello che mi fa andare avanti è la prospettiva femminista transnazionale: il regime siriano non è riuscito a darci una lezione”. Anche per il politologo e professore universitario franco-libanese Ziad Majed, “nelle zone distrutte dal regime le cose si muovono: ascesa del movimento femminista e libertà di opinione, si stanno riprendendo ma non è facile perché dobbiamo ricordare che la quantità di violenza che c’è stata in questi 10 anni va al di là della nostra capacità di concepirla. È simile a quello che raccontavano i sopravvissuti nei campi di concentramento. Riprendiamo dall’ottimismo della volontà di Gramsci che ci ispira”. I tre si sono confrontati sabato scorso durante il panel “Una guerra senza vincitori”, moderato dalla giornalista di Internazionale Francesca Gnetti. 

Consumi consapevoli e fragole d’inverno

“Lottare contro le cattive condizioni di lavoro delle migranti marocchine in Spagna significa lottare contro il razzismo, il sessismo e ogni altra forma di disuguaglianza sul posto di lavoro”, sono le parole di Chadia Arab, geografa e ricercatrice francese di origine marocchina che insegna geografia sociale e delle migrazioni presso l’Università di Angers, durante la presentazione di domenica del suo libro Fragole. Le donne invisibili della migrazione stagionale (LUISS University Press 2020). Arab ha condotto un’approfondita ricerca sulle lavoratrici invisibili per la politica e per i consumatori ma essenziali nella filiera che porta nei supermercati e nelle nostre case le fragole a basso prezzo. “A favorire lo sfruttamento di queste lavoratrici è una triplice dominazione: la nazionalità (lavoratrici marocchine, datori di lavoro spagnoli), il sesso (stagionali donne, datori di lavoro uomini), la classe (braccianti agricole donne e imprenditori agricoli uomini)” ha spiegato Arab, aggiungendo che “era importante raccontare la situazione di quelle donne, perché è una cosa che esse stesse, essendo in maggioranza analfabete, non sono in grado di fare spontaneamente. Quello che emerge grazie allo studio della migrazione circolare femminile è un sistema di precarietà e disuguaglianza di cui gli stati europei devono occuparsi”. E di ruolo della politica e consumo consapevole si è parlato anche nel dibattito successivo “Il mito del consumatore verde”, realizzato in collaborazione con Alce Nero e  moderato da Micaela Cappellini, giornalista del Il Sole 24 Ore. Al centro una discussione sull’ambiente, in relazione alle responsabilità individuali, collettive e politiche. “Fin da bambino mi sono sempre comportato responsabilmente ed eccoci qui, 30 anni dopo, con una crisi ecologica molto peggiorata – ha spiegato Jaap Tielbeke, giornalista olandese del settimanale De Groene Amsterdammer – Libri  e giornali ci dicono come consumare meglio ad esempio mangiando meno carne, o volando di meno, tutte cose buone, ma se ci concentra solo sul consumismo individuale si nascondono le cause più gravi della crisi climatica. È falso che siamo tutti colpevoli, non siamo tutti ugualmente responsabili e non ci troviamo in una posizione paritaria per quanto riguarda gli interventi che possiamo attuare rispetto a tutto questo. Grandi aziende e parlamenti hanno il potere di apportare i cambiamenti di cui abbiamo bisogno: il fatto che viaggiare in treno costi più dell’aereo è una scelta politica, sono loro che dovrebbero vergognarsi”. Per Tielbeke, “Invece di attivarci come consumatori dobbiamo come cittadini fare pressione sul potere attraverso manifestazioni o andando alle urne pensando al clima”. Anche per la direttrice scientifica dell’Istituto Ramazzini, Fiorella Belpoggi “il vero cambiamento è passare da considerare l’individuo in base al consumo a considerarlo in base al suo impegno sociale. Se l’attivismo con cui gli stati hanno bloccato il fumo di sigaretta fosse stato usato per i carburanti fossili, noi oggi non l’avremmo più”. Leo Hickman, giornalista specializzato in cambiamento climatico che in passato è stato anche editorialista del Guardian, ha raccontato come 18 anni fa abbia condotto con la sua famiglia un esperimento su uno stile di vita ambientalista e come da allora la sua visione del mondo sia cambiata: “alcune cose sono state inutili come gettare un sassolino in un lago enorme. La conclusione importante che ho tratto dal mio esperimento è: oltre ad agire responsabilmente, votare bene”. “La politica in Italia è in ritardo di almeno 20 anni, non a caso diverse importanti leggi sull’ambiente come quella sul consumo di suolo sono bloccate in Parlamento. In pratica, in questo Paese, sull’ambiente, ma non solo, la società civile è più disponibile al cambiamento della politica –  così la deputata Rossella Muroni, capogruppo alla Camera di FacciamoEco, intervenendo al Festival di Internazionale –  Politica, imprese e cittadini devono muoversi in sinergia, ma sta alla politica guidare la transizione ecologica. Rinunciare a incalzare chi ci governa ed amministra su questi temi è una prima sconfitta collettiva. Ma c’è bisogno anche di un’informazione più attenta ai temi della crisi climatica e della giustizia ambientale pronta a incalzare la politica su questi fronti”.
Le registrazioni degli incontri di questo fine settimana e tutte le indicazioni per seguire il prossimo appuntamento il 17 e 18 aprile sono disponibili sul sito di Internazionale www.internazionale.it/festival.

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