Incubo anni 80, oggi malattia cronica: l’Aids, l’infezione da Hiv

Il mondo è ancora lontano dal mantenere l’impegno di chiudere i conti con l’Aids entro il 2030. Secondo stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2020 ci sono stati 37,7 milioni di persone che vivevano con l’Hiv, 1,5 milioni di nuove infezioni e 680.000 decessi correlati all’Aids. Circa il 65% delle infezioni da Hiv a livello mondiale sono state tra le popolazioni più esposte: le prostitute e i loro clienti, omosessuali, transessuali, persone che fanno uso di stupefacenti. La giornata mondiale del 1 dicembre è una tappa ormai fissa per fare i bilanci su quella che è stata un’epidemia che dal 1981 ha ucciso 25 milioni di persone su 60 milioni di casi (per Covid, finora, hanno perso la vita più di 5 milioni di persone). Anche l’Italia sta pagando il suo prezzo: dal 1982 a oggi ci sono stati nel Paese 75mila casi e 45 mila morti. Dunque, la parola fine non è stata scritta. «All’inizio – ricorda la professoressa Enrica Tamburrini, responsabile dell’Unità operativa semplice di Diagnosi e cura ambulatoriale delle malattie infettive di comunità e trasmissibili, terapia domiciliare e centro riferimento Aids del Policlinico Gemelli di Roma – anche tra noi infettivologi era molto forte la paura del contagio.

Non sapevamo nulla di questa malattia e non c’erano terapie. Abbiamo imparato a conoscerla dai pazienti. Il primo caso di sarcoma di Kaposi (un tumore della pelle raro, ma piuttosto frequente tra i pazienti con Aids) ce lo ha mostrato un paziente che ci ha detto ‘guardatelo bene perché negli Stati Uniti sono in molti ad avere questi segni e presto li vedrete su tanti pazienti anche qui da noi’. Nonostante la paura, abbiamo cercato sempre di stare concretamente al fianco dei pazienti, che negli anni Ottanta venivano dai margini della società. L’Aids si propagava infatti tra le persone che facevano uso di droghe da strada, tra chi faceva sesso promiscuo, tra le prostitute, oltre che tra i maschi che fanno sesso con maschi. Erano insomma pazienti molto particolari, diversi, fuori dal comune. E per lo più nostri coetanei. Anche noi infettivologi avevamo delle remore a dire che ci occupavamo di questi pazienti, perché lo stigma che gravava su di loro, si trasmetteva anche a noi curanti. Assisterli significava anche ripetersi continuamente come un mantra chi sono io per giudicare». Oggi i pazienti sono cambiati. Molto. «Adesso – prosegue – sono le signore che incontri al supermercato, professionisti, insegnanti, docenti universitari, impiegati di banca. Ovviamente ci sono ancora le classiche categorie a rischio, ma oggi questa malattia è assolutamente presente anche tra le persone ‘normali’. Oggi l’88% dei contagi avviene per via sessuale, ma è cambiata l’epidemiologia. Il 46% dei casi riguarda maschi che fanno sesso con maschi, ma il 42% i rapporti eterosessuali. La fascia d’età più interessata dalle nuove diagnosi è quella tra i 25 e i 29 anni. E purtroppo sei diagnosi di Aids su 10 avvengono in ritardo, quando la situazione immunitaria è già gravemente compromessa e la malattia è in fase conclamata. Questo può pregiudicare l’efficacia delle terapie e dunque l’aspettativa di vita».

I non diagnosticati (che secondo l’Istituto superiore di Sanità sono almeno 13-15.000) inoltre possono contribuire a trasmettere ad altri l’infezione. Un primo screening si può fare già a casa, comprando il test in farmacia. Se questo è positivo il secondo passo da fare è andare in un centro specialistico. Fino agli anni Novanta non esistevano cure. Oggi, in attesa di un vaccino (più volte si è tentato di realizzarlo e si sta puntando ora a farlo con la tecnica a mRna, proprio come quello contro Sars Cov-2), ci sono trattamenti e anche profilassi pre-esposizione. Da incubo degli anni Ottanta la ricerca l’ha trasformata in malattia cronica potenzialmente letale. In fondo, una vittoria della scienza.

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