RAVENNA – Una nuova bufera torna ad addensarsi sopra gli uffici del civico 76 di via Trieste. Da alcune ore le fondamenta di Cmc sono state scosse da un’inchiesta di cui al momento si conosce ancora poco, ma dai profili comunque pesantissimi. Le ipotesi di reato iscritte nel fascicolo d’indagine aperto dalla Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta parlano infatti di peculato, associazione per delinquere, frode in pubbliche forniture e traffico illecito dei rifiuti. Al centro dell’inchiesta, ancora una volta, vi sono i cantieri siciliani per l’ormai interminabile raddoppio della strada statale 640, la cosiddetta Agrigento-Caltanisetta che dovrebbe collegare i due territori con l’autostrada veloce.

Per chi non la conoscesse, si parla di un’opera definita strategica e fondamentale per il sostegno di centinaia di imprese siciliane, ma sui cui da anni Cmc è impegnata senza riuscire a muovere praticamente un solo passo. Alla base del problema, fondamentalmente, c’era un contenzioso tra la cooperativa ravennate e Anas per un valore di quasi un miliardo e mezzo di riserve. Finalmente nell’agosto dell’anno scorso era stato raggiunto un accordo tra le due società grazie, si legge in una nota di allora, all’impegno del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Da una parte Cmc, dall’altra Anas e in mezzo il premier Giuseppe Conte e l’allora ministro Danilo Toninelli avevano così assicura la ripresa del cantiere.

Ora però la Dda di Caltanissetta ha deciso di gettare un faro su uno degli ultimi stralci dei lavori. Si parla del rifacimento del ponte San Giuliano, uno degli ultimi viadotti che porta alla galleria che collega con l’autostrada Palermo-Catania. Il sostituto procuratore Simona Russo, in questo ambito, ha dato mandato alla guardia di finanza di dare il via a una vasta operazione di perquisizioni e sequestri in tutte le aziende coinvolte nei lavori, ovvero la Cmc di Ravenna e le altre società a cui la cooperativa nel tempo aveva ceduto parte del cantiere. Ieri mattina le fiamme gialle sono entrate anche negli uffici della “casa madre”, in via Trieste, cercando e sequestrando tutto i documenti relativi all’appalto del ponte San Giuliano. Inoltre, sono stati eseguite perquisizioni e sequestri ad Agrigento, a Caltanissetta e in Toscana, dove i finanziari avrebbero portato via pc, documenti e altro materiale ritenuto utile per l’indagine. Stando ai primi particolari emersi in queste prime e concitate ore, la magistratura nissena avrebbe già iscritto i primi nomi nel registro degli indagati – dando quindi il via anche alla notifica degli avvisi di garanzia – e si tratterebbe di persone al vertice delle imprese coinvolte.

Non è trascorso nemmeno un mese dall’omologa del concordato, che ne ha di fatto sancito il salvataggio dopo un anno e mezzo di crisi, che il colosso ravennate del cemento Cmc si trova a quindi a dover affrontare quello che si preannuncia come un grave terremoto giudiziario. Nelle carte dell’inchiesta, ancora nella sua fase iniziale, sembrerebbe infatti che la Dda stia cercando di fare chiarezza su una lunga serie di reati: prima di tutto il peculato e la frode in pubbliche forniture, a cui si aggiungerebbero il disastro ambientale, il crollo colposo, la truffa aggravata, l’abuso di ufficio, l’associazione a delinquere e il traffico illecito dei rifiuti.

Argomenti:

agrigento

cmc

inchiesta

ravenna

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *