In “Frantumi” una storia romagnola di sostenibilità

Un percorso artistico che ha al centro la sostenibilità e la Romagna. L’artista Luigi Impieri, di Forlì, ha raccolto il senso della sua carriera artistica in un suo libro, il quarto: Frantumi, edito dall’imolese Manfredi edizioni. Il testo, in italiano e spagnolo, racconta come l’arte sia profondamente ispirata dalla natura. «Nel corso della mia formazione artistica ho ammirato spesso la sua bellezza ma sin da bambino ho assistito alla sua devastazione, restandone turbato – spiega Impieri – Vedere in pochissimo tempo distruggere un paesaggio che fino a poco tempo prima risultava incontaminato, mi ha profondamente ferito, ma al contempo, mi ha fatto riflettere sulla differenza abissale tra due termini: il bello e l’osceno che attualmente sembrano non essere presi in grande considerazione, ma soprattutto non sono percepiti come fortemente contrastanti».

Il lavoro di Impieri parte da un termine greco, kalokagathia, che mette insieme due parole, kalos e agathos, bello e buono. Da qui ha inizio la sua ricerca del bello e il suo impegno per la tutela del paesaggio. «Ho sempre pensato all’arte come a una forma espressiva in cui la sua apparente ‘inutilità’ dovesse contrariamente essere vista come utile, insomma l’arte come mezzo potente per scuotere le coscienze e ‘curare’ l’anima dei luoghi che abitiamo, i quali, oggi più che mai, soffrono di disattenzione, abbandono e incuria», prosegue l’artista. Impieri recupera aree urbane, molte delle quali in Romagna, usando la tecnica del mosaico trencadís, termine catalano che significa “frantumato”. Proprio dai frammenti di recupero, come maioliche e vetri, riempie spazi e dà vita a figure, per dare loro riflessi e rifrazioni differenti di luci e colori, amplificati in potenza anche dalla stuccatura finale.

L’ambiente, però, si trasforma anche in partecipazione: «Cerco il coinvolgimento attivo della gente, non solo nella fruizione», commenta. Lo studio dell’artista prevede infatti il riuso di frammenti di oggetti, i più disparati, spesso sottratti alle discariche, e «permette a chiunque, se opportunamente guidato di ‘metterci le mani’, consentendo così di innescare un’azione di cittadinanza (artistica) attiva. Nel mio caso specifico – prosegue – aggiungo ai vari ‘frantumi’ anche alcune mie opere ceramiche oltre che oggetti integri di vario tipo e materiali, che mi vengono regalati in occasione della realizzazione di un’opera e che sembrano predisposti anche per questo, ad emanare un’aura di ricordi e sensazioni intensi. Io penso che con la pratica si possono sollecitare i sensi, perciò l’idea di realizzare opere da condividere con altri partecipanti, scaturisca da questa esigenza di voler rinvigorire la sensibilità collettiva nei confronti del bello».

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