In 8 anni la Romagna perderà 25mila lavoratori

Tra soli otto anni la Romagna dovrà fare i conti con una forza lavoro nettamente ridotta. A mettere in fila i dati, in un rapporto che ha quasi dell’incredibile, è stato il Sole 24 Ore sulla base delle previsioni demografiche fornite dall’Istat. Il risultato è quanto detto all’inizio, un netto calo demografico che si concentrerà, prevalentemente, nella fascia d’età dai 30 ai 64 anni, quindi la cosiddetta “forza lavoro”. In totale le previsioni parlano di un calo di quasi 25mila persone in età lavorativa entro il 2030 (per l’esattezza sarebbero 24.667).

Nel dettaglio a Ravenna verrebbero a mancare qualcosa come 10.500 lavoratori, a Forlì-Cesena altri 8.250, mentre a Rimini il saldo sarebbe in negativo di 6.002.

Rispetto ad altre provincie del nostro paese, la Romagna dovrebbe scontare tassi di decrescita minori, che vanno dal meno 5,6% di Ravenna al meno 3,6% di Rimini, passando per il meno 4,3% della provincia di Forlì-Cesena. Secondo i numeri dell’Istituto nazionale di statistica ci sono zone, specialmente nel Mezzogiorno italiano, che potranno perdere anche il 14% della loro popolazione in età lavorativa, ma anche cali minori come quelli previsti in Romagna devono comunque far riflettere.

Le cause del tracollo

La ricetta che ha dato origine a una prospettiva tanto drastica ha alcuni ingredienti ben definiti, ognuno dei quali ha una sua specifica causa a cui è seguita questa naturale conseguenza.

Il primo si chiama denatalità e trova la sua spiegazione nel numero di bambini e bambine sempre minore che nasce ogni anno. Prendendo come punto di riferimento sempre i dati dall’Istat, in un territorio come l’Emilia-Romagna nel 2007 – quindi pre crisi economica – i nati vivi erano stati oltre 40mila. Nel 2019 sono diventati 30mila, e nel 2020 addirittura 29mila. Ciò vuol dire che in nemmeno quindici anni, le nuove nascite sono calate del 27%, con la diretta conseguenza che la popolazione emiliano romagnola si è andata via via invecchiandosi sempre di più.

I trend migratori

Il secondo tema da mettere sul piatto è invece quello dei trend migratori, che si esplica con le 7.286 persone che nel 2020 sono andate via da Ravenna, le 8.455 che sono andate via da Forlì-Cesena e le 7.883 che hanno lasciato Rimini. Più della metà di questi erano giovani tra zero e 39 anni. Prendendo come riferimento sempre il periodo precedente la grande crisi economica, nel 2007 questi dati erano inferiori del 15% circa. E ciò testimonia come le città romagnole abbiano perso di attrattività col passare del tempo, specialmente per la fascia di popolazione più giovane, a beneficio soprattutto di città più grandi, Bologna in primis (tra le poche, infatti, le cui previsione sono date in controtendenza dal Sole 24 Ore).

Ultimo ma non ultimo c’è il grande e spinoso nodo del blocco delle assunzioni che, spesso, negli ultimi anni è stato adottato da aziende e pubbliche amministrazioni. Con quale risultato? Che oggi intere generazioni di baby boomers (il nome con il quale vengono comunemente identificate le persone nate tra la metà degli anni Quaranta e la metà degli anni Sessanta) stanno andando in pensione o si avviano verso, ma non vi è un corrispondente numero di nuove leve che entrano nel mercato del lavoro.

Un mercato in tilt

Certo questi numeri messi in fila dall’Istat e dal quotidiano economico milanese non consentono di dare una risposta al perché, oggi, si stia generando un cortocircuito nell’incrocio tra domanda e offerta nel mondo del lavoro. Al punto che, stando ai dati di Excelsior, nelle tre province romagnole le aziende dichiarano di trovare difficoltà nel cinquanta per cento delle assunzioni preventivate ogni mese. Con particolare criticità per le figure dirigenziali e per i profili più formati. Tuttavia, anche se non risponde a questi interrogativi, l’indagine permette di capire quale direzione ha intrapreso l’Italia e, più in piccolo, anche la Romagna.

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