La regista iraniana che vive a Imola: «Il mio popolo lotta per il proprio riscatto ma ha bisogno di aiuto»

Imola

Somayeh Haghnegahdar è arrivata dall’Iran a Imola nel 2022 per studiare, e lavorare liberamente nel mondo del cinema. In Iran era infatti già impegnata nel settore, in particolare come montatrice e regista, nel suo Paese quel lavoro è considerato “scomodo” dal regime. Così grazie a una borsa di studio lei e il marito hanno completato gli studi a Bologna (Somayeh con una laurea magistrale al Dams in informazione, cultura organizzazione dei media) ma non è potuta rientrare a casa. Nel settembre dello stesso anno fu uccisa Masha Amini la giovane donna che secondo la polizia morale indossava un velo “non conforme”. Somayeh si fece voce attiva con l’associazione Donna vita liberà (che in città ha organizzato ieri sera il primo incontro pubblico per parlare di quello che sta accadendo) e contribuì a fondare l’associazione internazionale di Cineasti indipendenti iraniani, IIFMA, che continua a prendere posizione pubblica contro il regime dell’ayatollah e che ha organizzato i flash mob di protesta agli ultimi festival del cinema di Venezia e non solo.

Da settimane attendeva con il cuore in gola notizie dai suoi genitori e dal fratello. «Da che sono scoppiate le rivolte a inizio dicembre sono riuscita a sentirli solo qualche giorno fa. Mi ha chiamato mia madre, io non ero riuscita mai a mettermi in contatto a causa del black out di internet e delle telecomunicazioni imposto dal regime. Mi ha detto che stanno bene, ma abbiamo parlato solo un paio di minuti».

«Stanno uccidendo tantissime persone, molti giovanissimi della generazione Z che protestano da settimane e anche dopo le uccisioni non si ritirano nelle loro case - dice Somayeh che raccoglie informazioni come tutti ove possibile, sui social e dalle associazioni per i diritti umani come Amnesty -. Le proteste sono iniziate nei primi giorni di dicembre ma l’ 8 e il 9 c’è stata una escalation, pacifica, che il regime ha silenziato. Nei primi giorni di dicembre c’è stato un crollo della valuta iraniana e la parte economica della società sotto pressione ha cominciato a scendere in piazza. I primi sono stati i gestori dei iniziato i bazar che hanno chiuso i negozi e iniziato una sorta di sciopero. L’inflazione altissima è stata la scintilla, non tanto l’embargo Usa, ma ora chi va in piazza protesta anche per i propri diritti. E’ un popolo che non vuole più vivere sotto l’ombra di un regime teocratico, vuole essere libero di pensare e vivere dignitosamente. Tutti coloro che manifestano ora chiedono il rovesciamento del regime».

A Milano la comunità iraniana ha manifestato chiedendo l’intervento Usa, che Trump ha in qualche modo promesso, certamente non senza contropartite. «I cittadini iraniani stanno morendo per le strade uccisi con armi da guerra, per questo hanno bisogno di aiuto dalla comunità internazionale, non solo l’America, magari anche dall’Europa. Servirebbe una call to action per aiutare il popolo iraniano. Ma la condizione deve assolutamente essere che non ci possono essere negoziati con chi ha ridotto così il Paese, cioè la dittatura. E’ il popolo iraniano che sta agendo per il proprio riscatto, chi si è mostrato disponile ad aiutarlo è l’ex principe persiano Reza Pahlavi, io non sono monarchica ma forse lui solo più aiutare l’autodeterminazione del Paese. Il popolo iraniano è pienamente consapevole di ciò che vuole e sta pagando la libertà con il proprio sangue. Da iraniana che ha vissuto sulla pelle altre proteste in Iran, sono sicura che se questo regime continuerà, ammazzerà con esecuzioni di massa di tutti quelli che hanno protestato e sarà un mare di sangue».

Somayeh Haghnegahdar, al centro, durante un flash mob al Festival di Venezia

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