Sono una trentina i testimoni ammessi alla fase requisitoria del processo per la morte della piccola Arkea Pepa, annegata a 5 anni nella piscina del Molino Rosso nel luglio del 2024. La giudice del Tribunale di Bologna, Nicolina Polifroni, ha calendarizzato tre udienze il 6, 15 e 28 maggio, e tutte e tre le giornate saranno dedicate interamente a questo processo. Un procedimento delicato, non solo per la tenera età della vittima e per il fatto che uno dei due imputati, insieme al giovane bagnino in servizio quel giorno, sia la madre della bimba, ma anche per le molte parti in causa.
Oltre ai due imputati, sono numerose le parti civili che si sono costituite, seguite dall’avvocata Angela Tonelli, parenti di ogni ordine e grado della piccola. La giudice ha infatti rigettato la richiesta della difesa del bagnino di ridurre le parti civili solo ai parenti più stretti. Inoltre in causa sono stati chiamati anche due responsabili civili ovvero i due soggetti che, eventualmente, dovrebbero risarcire il danno in caso di condanna, che sono la proprietà della piscina Molino Rosso e la Pool Service che dava lavoro all’imputato.
Rigettata anche l’eccezione avanzata nella prima udienza (un vizio di legittimità costituzionale su una norma che impedisce all’imputato di chiamare direttamente in giudizio l’assicurazione), il processo dunque passa alla fase di ricostruzione di quello che accadde quel tragico pomeriggio d’estate a bordo piscina quando la bimba fu vista galleggiare a pelo d’acqua quando ormai era troppo tardi.
Si cercherà di capire come sia successo che la piccola abbia avuto il tempo di annegare senza che nessuno se ne accorgesse attraverso le ricostruzioni dei periti, tra cui un fisico, i medici soccorritori e i medici legali, il servizio della Pool service, ma anche attraverso alcune persone presenti quel giorno fra cui l’amica alla quale la mamma aveva affidato la bambina mentre portava al bagno la figlia più piccola. Figura anche lei fra i testimoni chiamati dalla pubblica accusa, ma anche dalla difesa della madre, curata dall’avvocato Antonio Mancino.
Il fatto è che finora non è mai emerso che qualcuno abbia visto l’attimo in cui la bimba ha messo la testa sott’acqua senza riemergerne. Bastano pochi secondi, come insegnano anche associazioni che si rivolgono ai genitori: i bambini non annegano come gli adulti o come si pensa che debba accadere, annaspando e chiedendo aiuto, basta che volgano la faccia nell’acqua per restarne quasi intrappolati e non essere capaci di riemergere. Lo scopo del processo sarà quindi capire come sia successo che la bimba sia rimasta inosservata il tempo, anche poco, ma sufficiente per morire così.
Non è dato sapere al momento se la stessa mamma di Arkea renderà spontanee dichiarazioni. La donna ha vissuto momenti veramente difficili e si è chiusa fin da principio nel suo doloroso silenzio. «Crediamo che con questa calendarizzazione impostata dal giudice, verosimilmente la sentenza possa arrivare entro l’estate» commenta l’avvocato Antonio Mancino.