«Dopo la Befana non riapro». Chiude a Imola la storica bottega del falegname Enrico Rivola. Uno di quei luoghi che racchiude un pezzo di storia recente della città dietro un ingresso anonimo ai passanti. Il laboratorio in via Cavour, attivo in famiglia dagli inizi del secolo scorso e specializzato in fabbricazione, restauro e riparazioni intrecciando l’arte alla manifattura, non si presenta secondo le regole del marketing moderno: un portone di legno di quelli delle chiese di una volta e un finestrone a mo’ di rosone a illuminare la sobria parete in mattoni del civico 12. All’interno, impolverate dal legno, ci sono ancora «le sgorbie di mio padre, scalpelli e seghe a mano che non si usano più» appese ai muri come in un allestimento involontario, mostra Rivola indicando all’insù.
Imola, lo storico falegname in centro: “Finite le feste non riapro”
La chiusura
Di chiudere ne parla in realtà da tempo con gli amici e i clienti più stretti, anche se finora non c’era mai riuscito: «Con la riforma Fornero ho dovuto lavorare un paio d’anni in più, poi ho valutato che mi sarebbe convenuto continuare ancora un po’ per una pensione migliore. A quel punto avrei potuto smettere – racconta Rivola, al quale, nonostante le difficoltà del settore –, il lavoro non è mai mancato, nemmeno negli ultimi anni». Lo scoppio della “bolla del 110%”, l’improvviso calo di lavoro dopo il boom dovuto al bonus statale, si è fatto sentire su tanti artigiani insieme al rincaro dei materiali. Lui invece non ne ha risentito granché, forse perché tra i suoi clienti vi sono anche studi di architetti e ingegneri. Sorride al ricordo di certe discussioni: «“Sta su alla Marconi?”, cioè senza fili, chiedeva mio padre quando il progetto era impossibile». Clienti talvolta difficili ma probabilmente più stabili dei piccoli privati. «Neanche alla fine ho mai chiesto anticipi: solo un architetto ha pagato al preventivo per non avere aumenti di costo». A dirla tutta Rivola sta cercando di chiudere già da alcuni anni: «I clienti mi dicevano “E dopo come faccio?”, e allora continuavo – racconta –. Ora ha deciso. Termino gli ultimi lavori e non riapro».
La storia
Rivola entrò in bottega che era ancora un bambino, durante le estati alle medie. «Venivo a bottega, aiutavo e soprattutto guardavo – racconta –. Bisogna rubare il mestiere guardando». Dopo 3 anni di istituto tecnico lasciò gli studi e divenne apprendista: «Mio padre rilevò l’attività negli anni ’30 da due fratelli, uno dei quali l’aveva cresciuto». Era un luogo di ritrovo anche per operai di altra formazione, che sperimentavano: «La sera passavano gli amici: c’era un ceramista che intagliava delle maschere». Pure diversi artisti frequentavano la bottega, nacque così la passione per l’arte: «Germano Sartelli nel periodo delle ragnatele saliva sul soppalco a prenderle – ricorda –. Fin da piccolo ho montato gli allestimenti per le mostre di Margotti, e non solo. Ronchi fotografò gli occhi di un amico che lavorava qui e li realizzò in ceramica per una sua statua».
Il futuro
Potrebbe sorprendere che una bottega così avviata e radicata in città, i Rivola per esempio hanno realizzato i primi arredamenti del ristorante San Domenico, non abbia trovato un erede. I motivi sono vari, non tutti scontati. «Ho provato con alcuni ragazzi ma non era il loro mestiere, non lo prendevano su. Questo lavoro bisogna sentirlo – ragiona Rivola –. Con le nuove regole avrei dovuto fare grossi cambiamenti per tenere apprendisti così ho fatto la scelta di rimanere da solo». C’è una nota di malinconia nello sguardo: «Non so come mi sentirò dopo, ho qualche timore – confessa, poi sdrammatizza –. Per fortuna mio figlio fa altro, sennò avrei dovuto fare come mio padre: è morto a 95 anni ma fino a 90 è venuto tutti i giorni. Si sedeva alla porta a far delle chiacchiere. La bottega era il suo mondo». Rivola invece ha varie passioni, che il padre talvolta gli rimproverava poiché rubavano troppo tempo: la subacquea, con più di 3.000 immersioni all’attivo, e ora la moto: «Sono da poco rientrato dall’Algeria: l’abbiamo girata tutta con mia moglie, fino alla punta. E finalmente potrò sistemare un mobile che ho a casa da 20 anni», conclude.