I Comuni dell’Emilia-Romagna e delle Marche esclusi dalla nuova classificazione montana passano alle vie legali: 9 amministrazioni emiliano-romagnole - Mercato Saraceno, Sogliano al Rubicone, Varano De’ Melegari, Monte San Pietro, Sasso Marconi, Marzabotto, Borgo Tossignano, Casalfiumanese e Fontanelice - hanno firmato un’istanza per chiedere al Governo la revisione dei criteri stabiliti dalla Legge 131 del 12 settembre 2025. L’iniziativa punta a contestare criteri definiti «anacronistici», un’esclusione che colpisce anche realtà precedentemente inquadrate come «parzialmente montane», tra cui Dovadola, Meldola, Predappio, Poggio Torriana, Verucchio, Brisighella, Riolo Terme e Castel San Pietro Terme. Secondo i firmatari, la legge ignora la complessità dell’Appennino, limitandosi a parametri geometrici e di pendenza che “tradiscono” il territorio. La vera “montanità”, rivendicano i sindaci, si misura sulla distanza dai servizi essenziali, sui tempi di percorrenza verso gli ospedali, sulla fragilità infrastrutturale e sull’isolamento delle frazioni. Parametri che equiparano questi territori a quelli “totalmente montani” per criticità sociali, spopolamento e vulnerabilità idrogeologica.
Sotto accusa anche la scomparsa della categoria dei Comuni “parzialmente montani”, prevista sin dal 1952. Per gli amministratori non si tratta di una sfumatura terminologica, ma di un “colpo di mannaia” che avrà conseguenze gravi sull’erogazione dei servizi e sulla difesa del suolo. «La legge cancella la dignità della collina», denunciano i Comuni, sottolineando come questa scelta rischi di aumentare il divario di attrattività rispetto alla pianura, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa delle comunità locali.
Una battaglia stigmatizzata da Simone Carapia che tuona: «Siamo al paradosso, i sindaci di Casalfiumanese, Fontanelice e Borgo Tossignano si scoprono “combattenti” solo davanti alle carte bollate, ma sono rimasti silenti per anni mentre il loro sistema politico smantellava i servizi essenziali nel nostro territorio. Il ricorso al Tar del Lazio non è una difesa dei cittadini, è un diversivo per non ammettere che la sinistra ha fallito la gestione delle Aree Interne, riducendo la Vallata del Santerno a una periferia dimenticata». Per il capogruppo di Fratelli d’Italia al Nuovo Circondario Imolese e consigliere metropolitano di Bologna, «se la Vallata soffre lo spopolamento e l’invecchiamento, la colpa non è della nuova classificazione geografica. Un pezzo di carta firmato da un giudice del Tar non riaprirà non sistemerà una strada provinciale dissestata e non porterà la banda larga nelle frazioni isolate. Chiediamo ai sindaci di fermare questa deriva».