Dalle lasagne nel paddock a Imola alla Formula 1: la favola di Kimi Antonelli raccontata da Minardi

Imola

Poco meno di un anno fa correva la sua prima gara su una pista italiana al volante di una F1 a Imola. Aveva 18 anni, era a due passi da casa e al paddock ospitava i suoi compagni di scuola per i quali aveva fatto portare teglie di lasagne. La pressione su di lui era altissima già allora, fra amici, parenti stuoli di fan e giornalisti. Quel weekend finì con un ritiro oltre la metà della corsa, eppure la delusione non scalfì di un millimetro la convinzione ormai diffusa sul suo talento. Dieci mesi sono passati, e anche se in quel giro il tempo sfreccia è un po’ come si dice delle vite dei nostri amici a quattro zampe: un anno ne vale almeno 7. Ed è così il ragazzo d’oro di Bologna a 19 anni è già entrato nella storia del suo sport. Chi per primo aveva visto in lui la scintilla è un talent scout conclamato come Giancarlo Minardi, che si imbatté in Antonelli bambino a un camp di go kart.

Minardi, come andò?

«Era il 2016, o forse anche l’anno prima, a un summer camp kart a Sarno. Da 15 anni sono presidente della Commissione velocità in circuito e supervisore della Scuola federale Aci Sport per cui ho la fortuna di andare a vedere quattro o cinque volte all’anno i ragazzi che corrono nei circuiti italiani. Ero con mio figlio Giovanni, che frequenta di più il mondo del kart, e mi disse lui “questo ragazzo ha tutti i requisiti per fare strada”. Da lì come Federazione lo abbiamo seguito in tutti i sensi e lui è sempre stato disponibile ad ascoltare i consigli che gli venivano dati. È merito suo il fatto di essere arrivato a 19 anni a vincere un Gran premio di F1, perché nonostante sia stato fatto un bellissimo accordo con la Mercedes a suo tempo, accordo che fece mio figlio con la sua agenzia, lui in pista si è guadagnato quella fiducia che lo ha portato a debuttare in F1 a 18 anni».

Parlaste di lui anche in Ferrari...

«All’epoca dei giovani dell’Academy Ferrari si occupava Massimo Rivola che aveva cominciato in Minardi e con il quale abbiamo ancora rapporti, era quindi doveroso parlarne prima in Ferrari. Credo sia vero, io non ero presente, ma i vertici avrebbero detto che era troppo giovane per metterlo sotto contratto, nel frattempo c’è stata l’altra opportunità. Allora conoscevo ancora tante persone di quel mondo, mio figlio andò da Toto Wolff e lui lo ascoltò. Oggi si parla di Fisichella che è stato l’ultimo italiano a vincere un Gp, lui aveva debuttato in Minardi, ma negli ultimi 30/40 anni tutti i piloti italiani che hanno vinto qualche Gp erano partiti in Minardi in F1 o in F2 come De Angelis e Alboreto, Nannini, Fisichella, Trulli, non cito Alonso, non essendo lui italiano. Una volta che sono uscito dalla F1 ho ricominciato a fare quello che facevo da giovane con Aci Sport, abbiamo fatto un lavoro intenso e oggi la Federazione può contare su tanti piloti giovani. Molti stanno facendo strada nelle ruote coperte, nel Wec, in Gt, in altre categorie, c’è una grande crescita. Questo è uno sport che richiede tanta abilità, ma anche tanta fortuna e purtroppo qualche soldo. Ma l’arrivo delle Academy, che adesso hanno un po’ tutte le scuderie di F1, se ci sono piloti da segnalare c’è la possibilità di far fare loro strada, indipendentemente dalla valigia che possono portare».

Quindi la F1 è più accessibile per i ragazzi che sognano di farne parte?

«Molti piloti oggi sono arrivati in F1 non solo perché avevano la disponibilità economica, questo è un segnale a mio parere positivo. Sarà così ancora di più andando avanti».

Cosa deve avere un pilota di talento e nella fattispecie cosa la colpì di Antonelli bambino?

«Faccio fatica a rispondere è un insieme di sensazioni che uno prova quando vede un pilota girare, poi lo osserva nel box e nel paddock, come si comporta e si confronta con i compagni e il proprio team. Quando avevo il team io li facevo provare, dopo c’entrava anche il cronometro».

Che consigli gli ha dato?

«Ho sempre detto che lui è stato baciato da Dio e ha grandi doti naturali e c’è ancora margine di miglioramento, perché ha solo 19 anni. Gli ho detto che deve fare quello che è capace di fare e che vuole fare step by step. Non deve ascoltare tanta gente, deve lavorare con il suo ingegnere, uno dei migliori se non migliore in pista in F1. Certamente ci farà sentire ancora tante volte l’inno di Mameli».

Vi siete sentiti dopo il suo primo podio in Cina?

«No, non l’ho fatto mai. Penso che non abbiano bisogno di sapere che io sono strafelice per loro».

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